Scarcerazioni mafiosi, troppe domande rimaste … inevase

E ora basta cedimenti alle mafie,

no a cancellazioni di leggi importantissime

Il decreto-legge del 10 maggio 2020, n. 29, che mediaticamente è stato, con una scelta quantomeno infelice, definito “decreto boss”, varato con l’intento di riportare in carcere alcuni degli affiliati alle organizzazioni mafiose più pericolose, non può cancellare settimane sconcertanti e i forti timori per quanto accaduto.

Crediamo necessario ripercorrere alcune delle tappe di questa vergognosa e inaccettabile vicenda che inizia con le violente rivolte, dei primi di marzo, scatenate, in maniera simultanea, in diverse carceri. Rivolte su cui sono più che forti i sospetti che ci sia stata una regia mafiosa, considerato anche che la Procura di Salerno sta addirittura indagando su un possibile nuovo “papello” e si torna a parlare di incontri tra esponenti delle istituzioni, servizi segreti e boss, nonché di un “protocollo farfalla” ancora attivo.

In quel frangente, si è compreso chiaramente come il mondo carcerario durante l’emergenza sia una delle frontiere più calde e soprattutto delicate. Non lo è tranne per chi non ha voluto e continua a non voler vedere.

La prima “risposta” del Ministro della Giustizia arriva, il 17 marzo u.s., con il  decreto c.d. “Cura Italia”: detenzione domiciliare per chi non sta scontando pene per gravi reati,  escludendo, pertanto,  dal beneficio i detenuti al regime del “41-bis”, ed ha un basso residuo di pena (coloro che debbono scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi).

E qui sorgono i primi interrogativi e rilevanti problematiche, perché il provvedimento è stato di fatto vanificato o quasi dalla mancanza di braccialetti elettronici. Difatti, i detenuti considerati socialmente meno pericolosi (al contrario di molti appartenenti alle mafie) sono così rimasti in carcere, un fatto che dimostra una volta di più quanto le strutture penitenziarie scontino gravissime criticità e lacune, ma su cui, anche da parte dei più o meno presunti “garantisti” che hanno urlato di tutto e di più contro chi si è indignato per le scarcerazioni di boss e sodali, nulla o poco si è detto.

La vicenda delle scarcerazioni di mafiosi è iniziata, in concreto, il 21 marzo con l’ormai famosa circolare del DAP che in realtà è sostanzialmente vuota di contenuti: non c’è stata nessuna attivazione di protocolli, ricerche o altro per tutelare la salute di tutti i detenuti (perché, lo ricordiamo ancora una volta, in carcere non ci sono solo mafiosi ma soprattutto altre migliaia di persone di cui nessuno si è interessato in queste settimane) e per risolvere le carenze delle strutture penitenziarie. Come è possibile che al Ministero della Giustizia nessuno si sia attivato dopo questa circolare, nonostante gli allarmi di vari magistrati antimafia? Come è stato possibile che solo un mese dopo è stata notificata alla Procura Nazionale Antimafia? Chi è responsabile di questi ritardi e di alcune scarcerazioni come quella di Pasquale Zagaria, e il Ministro o chi per lui si è almeno iniziato ad attivare perché ne sconti le conseguenze?

Inoltre nessuno (?) ha pensato ai sodali delle mafie: chiunque segue le cronache giudiziarie, chiunque si è interessato di mafie e organizzazioni criminali sa benissimo che oltre i grandi boss detenuti al 41-bis esiste un vasto esercito di affiliati, fiancheggiatori, complici e sodali. Ma a quanto pare al Ministero non è stato minimamente considerato, il che fa restare basiti…  E così, ad esempio, si è assistito alla scarcerazione, tra molti altri, anche di Antonio Noviello, imprenditore affiliato ai casalesi e condannato per camorra, il quale non era detenuto al 41bis. 

Il successivo decreto-legge di maggio avrebbe dovuto “arginare” tale preoccupanti scarcerazioni, invece non crediamo abbia risolto alla radice la questione, anzi  lascia molti, troppi interrogativi. Per quanto di nostra conoscenza, non è stata presa neanche in considerazione la possibilità di un accordo con il Ministero della Salute al fine di individuare ospedali idonei e reparti protetti per fronteggiare l’emergenza sanitaria carceraria. Strutture assenti e, come dimostra per esempio la scarcerazione di Pasquale Zagaria, queste mancanze hanno portato alla gran parte delle vergognose vicende di queste settimane (il ritiro della circolare del 21 marzo con un nuovo provvedimento da parte del DAP mantiene sul tappeto tutti gli interrogativi inevasi su quanto accaduto in questi quasi 3 mesi).

E come lui, boss e affiliati sono rientrati nei loro territori e potrebbero aver riallacciato rapporti e essersi riorganizzati. Un danno immenso, un segnale devastante nella lotta alle mafie: chi li ha controllati? Come lo Stato si sta preoccupando di intervenire su tutto questo? Non basta un decreto-legge, poco più che un placebo… Carmine Alvaro, espressione di punta del clan di Sinopoli, ad esempio, è tornato in cella per aver violato le disposizioni dopo la scarcerazione.

E come se non bastasse, anche dopo l’ulteriore decretazione d’urgenza, alcuni boss non sono ancora rientrati in carcere, perchè in sede di rivalutazione del beneficio penitenziario, come previsto dalla nuova norma, sono state sollevate delle eccezioni di incostituzionalità, rinviando il vaglio alla Consulta: alcuni Magistrati di Sorveglianza sotto il profilo della violazione del contraddittorio e quindi del diritto di difesa e il Tribunale di Sorveglianza di Sassari, con riferimento al caso del già citato boss Pasquale Zagaria, per violazione della separazione dei poteri e della tutela del diritto alla salute del condannato (sic!)… A seguito di questa ulteriore “falla”, in sede di conversione in legge del predetto decreto n. 29 del 2020, si stanno discutendo degli emendamenti, ma è evidente che intanto si è dato un inquietante segnale – di cui le mafie si “cibano” per rinsaldare il loro potere – che rappresenta, di fatto, un cedimento.

Inoltre, in nome della ripartenza e del sostegno alle (grandi) imprese, rischiano di aggiungersi altri pericolosi segnali: come quelli che giungono da partiti politici come la Lega Nord e Italia Viva, governatori di regione e associazioni di industriali, che spingono per “cancellare” (tecnicamente con molteplici deroghe e norme ad hoc) il Codice degli appalti e il Codice antimafia, per spazzare via controlli e i limiti, che sono stati finora previsti per evitare l'infiltrazione mafiosa, in nome di una strumentale e presunta lotta alla burocrazia. Le mafie oggi si presentano “in giacca e cravatta”, hanno il volto di multinazionali degli affari e dei traffici, deviano interi settori economici e sfruttano le leve della finanza e degli appalti pubblici. Cedere a queste spinte rappresenterebbe la cancellazione di decenni di lotta alle mafie, consegnerebbe al malaffare larga parte della società e dell’economia legale. E sarebbe ancor più vergognoso, nauseante e inaccettabile nei mesi in cui – in quest’Italia ipocrita e meschina, retorica e chiacchierona – si fa finta di celebrare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

E ricordando Falcone non si può non rammentare il comportamento del Consiglio Superiore della Magistratura, quell’organo istituzionale che dovrebbe tutelare l’indipendenza della magistratura e la giustizia e che invece, allora come oggi, appare molto più sensibile a ben altre istanze, come documentato, a seguito della pubblicazione delle ormai famose “chat di Palamara”: un intreccio corporativo e spartitorio di nomine (da Basentini in giù, Unicost che aveva egemonizzato gli incarichi presso il Ministero della Giustizia) dove ritroviamo tra gli altri il già “cerchio magico renziano”, esponenti politici di alto livello dell’intero arco parlamentare o quasi, tra cui anche il membro laico in quota al partito di Bonafede e tanti magistrati, tra cui colui che indagò e fece arrestare Mimmo Lucano.

In questo quadro, la giustizia, la tutela dei più deboli viene sacrificata davanti a mafie, corruzione, politica marcia e tanto altro. Così come molti magistrati indipendenti che hanno avuto il coraggio e l’onestà di toccare i fili scoperti di questa Repubblica e le squallide consorterie di mafie, poteri politici ed economici e massoneria, esattamente come accadde con Falcone e Borsellino, vengono sempre più isolati e delegittimati.

La lotta per la giustizia e la liberazione da queste metastasi della democrazia va messa in primo piano, va restituita all’azione giudiziaria la sua centralità e indipendenza (fiaccata da decenni di leggi ad personam scaturite da interessi particolari di questa o quella parte politica) e va spazzata via un’applicazione della legge sostanzialmente classista che tutela i “colletti bianchi” e perseguita gli impoveriti e i senza casta.

Quasi tutto il resto, ancora una volta, offende la memoria di Falcone, Borsellino e di tutte e tutti coloro che sono stati ammazzati dalle mafie e prepara il terreno ai futuri “sistemi Palamara” nel Paese dei Gattopardi inamovibile, come disse Agnese Borsellino, finché resterà di ricattati e ricattatori. 

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