Graziella Campagna - Vittima di Mafia Graziella Campagna

Memoria

Umberto Santino

Ricordati di ricordare

coloro che caddero
lottando per costruire
un'altra storia
e un'altra terra

ricordali uno per uno
perché il silenzio 
non chiuda per sempre
la bocca dei morti
e dove non è arrivata la giustizia
arrivi la memoria
e sia più forte
della polvere
e della complicità

Ricordati di ricordare
l'inverno dei Fasci 
quando i figli dei contadini del Nord
spararono sui contadini del Sud
e i mafiosi aprivano il fuoco
sapendo di essere
i cecchini dello Stato

Ricordati di Emanuele
che fu accoltellato 
dai sicari degli speculatori
e del trionfo degli assassini
nella città cannibale

Ricordati di ricordare
il sangue versato sulla terra
e le file lunghe degli emigranti
che portarono la Sicilia 
sulle piazze del mondo
a svendersi 
come merce a buon mercato

Ricordati di Luciano
Lorenzo Bernardino
Nicolò Giovanni
Sebastiano
Andrea Nunzio
Agostino Gaetano
Accursio 
Giuseppe Vincenzo
Epifanio Placido

(e del bambino Giuseppe
che vide l'assassinio di Rizzotto
e il medico-capomafia Navarra
cancellò per sempre
la verità dei suoi occhi)

Calogero Filippo Carmelo
e di tutti gli altri
che hanno perduto
vita e nome

Ricordati di Margherita
Vincenzina Castrense 
Filippo Francesco
Giorgio Giovanni Giuseppe
Serafino Vito
che confusero il loro sangue
con le ginestre
che sbocciavano
nel mattino di maggio

Ricordati di Salvatore
che morì abbracciato alla terra
della madre Francesca
che chiedeva giustizia 
e trovò lo scherno degli assassini

Ricordati di Peppino
che infranse i comandamenti dei padri
sbeffeggiò il potere
ed esplose sui binari

Ricordati di Pio e Rosario
che erano comunisti 
e lottavano contro la mafia
e per la pace

Ricordati di Pasquale
Piersanti Giuseppe
che cercarono di spezzare
il patto con il delitto

Ricordati di Mario 
Pippo Mauro Beppe
che vedevano e parlavano
mentre gli altri tacevano
e non guardavano

Ricordati di Graziella 
che ancora si chiede perché
della sua vita rubata

Ricordati di Claudio
che giocava con i suoi undici anni
e incontrò la morte 
a un angolo di strada

Ricordati di Barbara
Giuseppe e Salvatore
che svanirono
nel lampo di Pizzolungo

Ricordati di Giuseppe
che sognava di volare 
sul cavallo dell'alba
e trovò la notte
nelle mani del boia

Ricordati 
di Mario Silvio Calogero
Pasquale Eugenio Mario Giorgio
di Filadelfio
di Boris
di Cesare e Lenin
di Domenico Giovanni Salvatore
di Emanuele 
di Gaetano
di Vito
di Luigi Silvano Salvatore Giuseppe
di Carlo Alberto Emanuela Domenico
di Calogero
di Giangiacomo
di Mario Giuseppe Pietro
di Rocco Mario Salvatore Filippo
di Beppe 
di Ninni e Roberto
di Natale
di Antonino e Stefano
di Ida e Antonino
e del loro figlio non nato
di Rosario e Giuliano
di Giovanni Francesca Antonio Rocco Vito
di Paolo Agostino Claudio Emanuela Vincenzo Walter
di Giuseppe
che servivano lo Stato
e trovarono la morte in agguato
e la solitudine alle spalle

Ricordati di Biagio e Giuditta
che attendono ancora la vita
al capolinea della morte

Ricordati di Libero
che non volle piegarsi
mentre la città era ai piedi
degli estorsori
di Pietro Giovanni
Gaetano Paolo e Giuseppe
che seppero dire di no

Ricordati del medico Paolo 
che non volle attestare il falso
di Giovanni che denunciò
gli ordinari misfatti
sulle scrivanie della regionehn

Ricordati di Rita
che non volle più vivere
perché avevano ucciso
la speranza

Ricordati di Giorgio
di Costantino 
di Stefano 
di Pino 
preti di un Cristo quotidiano
fratello degli ultimi
crocifisso dai potenti

Ricordati di Giuseppe
di Domenico 
di Filippo 
sangue ancora vivo
nomi che dobbiamo ancora aggiungere
al nostro rosario di morti

Ricordati di ricordare
i nomi delle vittime
e i nomi dei carnefici
(i notissimi ignoti
di ieri e di oggi)
perché tutte le vittime
siano strappate alla morte
per dimenticanza
e i carnefici sappiano
che non finiremo mai
di condannarli
anche se hanno avuto
mille assoluzioni

Ricordati di ricordare
le impunità
le protezioni
le complicità
gli interessi
che hanno fatto 
di una banda di assassini
i soci del capitale
e i gemelli dello Stato

Ricordati di ricordare
ora che le bombe degli attentatori
scuotono le città
che vogliono affrancarsi
e sui teleschermi della seconda repubblica
si intrecciano i segnali
delle nuove alleanze

Ricordati di ricordare

quanto più difficile è il cammino
e la meta più lontana

perché

le mani dei vivi

e le mani dei morti

aprono la strada

Luglio 1994 - ottobre 2000

Graziella Campagna - a 17 anni Vittima di mafia

Graziella CampagnaQuesti testi sono tratti dal libro che noi dell'Associazione Rita Atria e il Comitato per la Pace e il disarmo unilaterale di Messina abbiamo scritto nel 1997: "Graziella Campagna,17 anni,vittima di mafia Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’." -Libro ristampato da Armando Siciliano Editore.
Il processo di primo grado si è concluso l'11 dicembre del 2004. La Corte di Assise di Messina ha condannato i mafiosi palermitani Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera per l'esecuzione materiale dell'assassinio. Franca Federico (titolare della lavanderia) e Agata Cannistrà (collega di Graziella) per favoreggiamento. 


Il processo di appello si è concluso confermando la sentenza di primo grado per Alberti e Sutera mentre alle due donne è stato declassato il reato a favoreggiamento semplice...che quindi ha goduto di prescrizione e quant'altro. Hanno detto che Graziella ha avuto giustizia. Non siamo d'accordo! Non sono mai emersi i mandanti e le complicità istituzionali che hanno coperto i latitanti. A volte le esigenze di copione impongono di "accontentarsi", noi, da perfetti corridori contro corrente continueremo a raccontare la storia di Graziella come una storia con una giustizia parziale ...


Ringraziamo Chi l'Ha visto, le scuole di Milazzo, Barcellona P.G., Santa Lucia del Mela, di Villafranca, Saponara e Messina. Grazie a tutti coloro che hanno lottato per la rapertura del processo. Presto pubblicheremo le immagini di quel periodo perché per Graziella Campagna la società civile si è mobilitata. Eccome! Si è mobilitata con grandi rischi e soprattutto con gradi conseguenze. Nonostante tutto. Grazie a Nino Caponnetto, Rita Borsellno, Padre Gregorio Battaglia, Franca Imbergamo, Vittorio Teresi, Felice Lima, Pina Grassi, Emilia Midrio Bonsignore, Michela Buscemi, Mario Ciancarella e Luigi Ciotti... grazie a Dario Russo ad Antonio Mazzeo a Luciana Di Geronimo e a tutti i milazzesi che ci sono stati accanto. Grazie al Capitano Piermarini per averci fatto credere nello Stato. Grazie ai ragazzi dell'Associazione (oggi donne, oggi uomini) per aver creduto senza se e senza ma. Grazie a loro per aver sopportato la verità alterata e soprattutto li ringraziamo adesso, più che mai. per tollerare una "verità rubata". (Nadia Furnari) . Come abbiamo scritto prima i mandanti dell'omicidio non sono sottoposti ad alcun processo in quanto devono essere ancora trovati.... Ma Pasolini insegna e noi sappiamo... ma non abbiamo le prove.

Video Per gli smemorati: cioè per quelli che oggi si prendono meriti e ricordano a modo loro.


Dal capitolo 1.
Storia di un delitto ...
Luglio 1985. Graziella, passando davanti alla lavanderia “La Regina” di Villafranca Tirrena (ME), vede un’offerta di lavoro come aiutante. Per Graziella, che aveva deciso di non continuare gli studi dopo la licenza di scuola media inferiore, è un’ottima occasione per iniziare a guadagnare qualche soldo e contribuire così al sostentamento della famiglia.
Per raggiungere Villafranca, Graziella prende l’autobus al mattino e ritorna la sera. In famiglia vivono questa sua prima esperienza fuori casa con un po’ di apprensione, ma convinti della serietà e della serenità con cui Graziella affronta questa opportunità di lavoro.
La lavanderia è frequentata abitualmente dall’ingegnere Eugenio Cannata e dal suo amico Giovanni Lombardo, due persone in apparenza cordiali e dai modi amichevoli e confidenziali. Un giorno, fine novembre - primi di dicembre 1985 (la data non è mai stata stabilita perchè nessuno ha mai pensato di sequestrare i registri della lavanderia, n.d.r.), l’ingegnere Cannata porta in lavanderia degli indumenti sporchi tra i quali una camicia. Graziella, mentre espleta le normali procedure di controllo della biancheria, trova nel taschino della camicia un portadocumenti di plastica con dentro la foto del Papa e un’agendina contenente dati personali dell’ingegnere. Così, chiama la collega Agata Cannistrà (cognata della titolare), la quale le strappa dalle mani il portadocumenti.
L’8 dicembre 1985 il Cannata e il Lombardo, a bordo di una Fiat Ritmo rubata a Milano, vengono fermati da una pattuglia dei Carabinieri, in località Orto Liuzzo (a pochi chilometri da Villafranca). Il Cannata consegna i documenti (falsi) mentre il Lombardo dice di non aver documenti e consegna ai carabinieri il libretto di circolazione intestato ad un certo Fricano Rosario, dichiarando:
<<Non si preoccupi sulla nostra identità può rassicurarla anche il maresciallo (dei carabinieri, ndr.) di Villafranca, Giardina, con cui siamo amici>>
Mentre i carabinieri fanno il controllo di routine sull’identità dei fermati, vengono distratti dal sopraggiungere ad alta velocità di un’automobile; il Lombardo e il Cannata approfittano dell’evento e riescono a dileguarsi.
I carabinieri successivamente scopriranno che l’ingegnere Cannata, in realtà, è il pericoloso latitante della mafia palermitana Gerlando Alberti Junior, mentre il Lombardo è in realtà il latitante Giovanni Sutera.
A Villafranca molte persone conoscono l’ingegnere Cannata (Alberti) e il Lombardo (Sutera); infatti, è loro abitudine intrattenere rapporti cordiali con professionisti, uomini delle istituzioni, imprenditori, ....un’integrazione a tutti gli effetti nel tessuto sociale di Villafranca.
Il 9 dicembre 1985, Graziella torna a casa e racconta alla madre che Agata Cannistrà, qualche giorno prima, le aveva strappato dalle mani l’agendina trovata nel taschino della camicia dell’ingegnere Cannata.
Graziella lo racconta come un fatto strano: evidentemente quel pomeriggio è successo “qualcosa”.... Graziella sicuramente ignora la gravità del suo ritrovamento. La madre lascia scivolare la notizia considerando il fatto come uno dei tanti episodi, assolutamente normali, che possono accadere lavorando in una lavanderia.
In un giorno non ancora precisato Gerlando Alberti si accorge, mentre si trova dal barbiere Giuseppe Federico (fratello della titolare della lavanderia), di non avere più il portadocumenti con sè, così realizza con immediatezza che può averlo dimenticato nella camicia portata a lavare. Manda Giovanni Sutera in lavanderia. Questi torna dopo pochi minuti dicendo di non aver trovato nulla. Gerlando Alberti si precipita in
lavanderia per chiedere conto della presunta scomparsa del portadocumenti. La proprietaria gli fa notare che è stato rinvenuto solo un portadocumenti con dentro l’immagine del Papa. L’Alberti, a questa notizia, palesa molto nervosismo e getta con rabbia il portadocumenti sul bancone della lavanderia.
Il 12 dicembre 1985, Graziella, come al solito, esce dalla lavanderia alle ore 19.45 per andare a prendere l’autobus. Mentre attende alla fermata passa un conoscente, Francesco Giacobbe, che le offre un passaggio.
Graziella, persona estremamente riservata e schiva, non lo accetta. Il giovane percorre pochi metri con la macchina, poi si ferma al distributore che dista pochi metri dalla fermata dell’autobus. Pochi istanti dopo passa l’autobus e il giovane Giacobbe non vedendo più Graziella pensa che sia salita sulla corriera. Graziella non farà più ritorno a casa.
Il corpo di Graziella verrà trovato presso Forte Campane (località Musolino - comune di Villafranca), barbaramente sfigurato da 5 colpi di fucile a canna mozza.



link correlati:Rai3 - Blu Notte  Narcomafie - 20 anni dopo

7,13 pagine al giorno

Sentenza Graziella Campagna

7,13 righe al giorno

Scrivendo solo una pagina al giorno, Gerlando Alberti junior, condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Messina per l’omicidio di Graziella Campagna, sarebbe rimasto in galera.
Nadia Furnari
Fonte: Antimafia 2000 Ottobre 2006

176 pagine, 27 righe (nel peggiore dei casi) per pagina in 667 giorni. 7,13 righe al giorno. Forse si poteva dare di più, come recita una nota canzone. Scrivendo solo una pagina al giorno, Gerlando Alberti junior, condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Messina per l’omicidio di Graziella Campagna, sarebbe rimasto in galera. Non scriveremo nulla sulla sentenza perché il giornale è in uscita e non abbiamo il tempo per leggerla attentamente in ogni sua sfaccettatura (anche perché noi siamo abituati a leggere soprattutto negli spazi bianchi), ma ci concentreremo sulla difesa ingiustificata dell’A.N.M. di Messina a favore del giudice Giuseppe Lombardo in quanto sovraccarico di lavoro. Siccome non vogliamo sembrare superficiali, ci siamo documentati e abbiamo chiesto qualche dato all’avvocato Repici.

“L’abnorme ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza, già ingiustificabile in astratto, lo è ancor di più se si ha riguardo ad alcuni dati obiettivi, sui quali la difesa corporativa dell’A.N.M. sembra sorvolare. Infatti, il dr. Lombardo fino a qualche anno fa, oltre che dedicarsi, come fa ancora oggi, al settore civile, componeva frequentemente collegi della corte d’assise e del tribunale penale, cosa che oggi non accade più. Ne deriva che il sovraccarico del giudice in passato era superiore eppure la tempestività nel deposito delle sentenze non ne aveva sofferto. Inoltre, il dr. Lombardo, e con lui l’A.N.M., non ha spiegato le ragioni della priorità data alle centinaia di sentenze civili depositate nelle more del deposito della sentenza a carico di Alberti. Non solo: il 14 novembre 2004 il dr. Lombardo componeva la corte d’assise che pronunciò la sentenza per il duplice omicidio Sanò-Milone, con la quale vennero irrogate quattro condanne. La motivazione di quella sentenza arrivò, a firma del dr. Lombardo, il 22 marzo 2005, tanto che già da qualche tempo è stata depositata perfino la sentenza d’appello. Eppure in quel caso non c’erano misure cautelari a carico degli imputati e, conseguentemente, non c’erano rischi di scarcerazioni. Nonostante ciò, il dr. Lombardo privilegiò quella sentenza a quella relativa all’omicidio Campagna. Insomma, la colpa di quel magistrato è certa e ingiustificabile e mi auguro che non trovi al C.S.M. difese di natura corporativa che oltraggerebbero irreparabilmente la dignità dell’organo di autogoverno dei giudici. Rimane solo un dubbio: per quale ragione un magistrato della Repubblica si è fatto carico di una così immane negligenza?”

Per arrampicarsi sugli specchi ci sono varie tecniche, ma noi riteniamo che questa volta la parete sia talmente scivolosa che se gli ispettori non dovessero ravvisare negligenza allora chiederemo al Presidente della Repubblica di chiudere la “bottega” giustizia in Italia, e soprattutto al Sud. Infatti noi dell’Associazione ‘Rita Atria’ continueremo a martellare affinché questo stato dimostri di stare dalla parte giusta. Dott. Giuseppe Lombardo e signori dell’A.N.M. di Messina, Graziella Campagna aveva 17 anni quando l’hanno uccisa con ben 5 colpi di fucile a canne mozze sparati in maniera frontale. Solo l’idea che colui che la Corte d’Assise ha condannato l’11 dicembre del 2004 per l’omicidio della povera Graziella sarebbe uscito a causa di un ritardo nel deposito della sentenza, non avrebbe dovuto far dormire la notte. Era un impegno civile, non solo professionale. Come non avere la terribile percezione che Graziella, di fatto, è stata uccisa un’altra volta?

Dicembre 2005

Dicembre 2005

Vent'anni per lavare i panni sporchi

Manuela Mareso

Il 12 dicembre del 1985 una diciassettenne di Saponara, impiegata in una tintoria, veniva uccisa dalla mafia per aver trovato in una camicia da lavare un documento che non avrebbe dovuto leggere. A un anno dalla condanna in primo grado degli esecutori, le motivazioni della sentenza ancora non sono state rese note

Oggi Graziella avrebbe 37 anni. Forse un marito e dei bambini. Di sicuro una famiglia numerosa – i genitori, quattro sorelle e tre fratelli con i rispettivi coniugi e figli – cui dedicarsi. L’aveva sempre fatto, del resto: poco più che adolescente, era sempre attenta alle esigenze dei suoi cari; per la nipotina di tre mesi, poi, aveva un debole. Appena poteva, libera dal lavoro, si occupava di lei e le confezionava piccoli indumenti. Come quel maglioncino di lana che ancora oggi suo fratello Piero, padre di quella bambina oggi ventenne, conserva. È rimasto a metà, perché una sera che avrebbe dovuto essere come tante altre, trascorsa in famiglia a sferruzzare dopo una giornata di lavoro in tintoria, Graziella non fece più ritorno a casa.

La camicia dell’ingegnere. Originaria di Saponara (Me), Graziella scomparve a Villafranca Tirrena, dopo essere uscita dal lavoro, la sera del 12 dicembre 1985. Il suo cadavere, barbaramente sfigurato da cinque colpi di fucile a canna mozza, sarebbe stato ritrovato due giorni dopo a Forte Campone, sui monti Peloritani, al confine tra Villafranca e Messina.
Dopo anni di indagini depistate, processi aggiustati e disinteresse da parte dei grandi organi di informazione, l’11 dicembre 2004 (a diciannove anni dall’accaduto) la Corte di Assise di Messina ha finalmente emesso una sentenza contro i due esecutori dell’assassinio, Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera (condannati all’ergastolo), e contro Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente collega e titolare della lavanderia presso cui Graziella lavorava (condannate a due anni per favoreggiamento).
All’epoca dell’omicidio la lavanderia “La Regina” era frequentata da due palermitani presentatisi come l’ingegner Toni Cannata e il geometra Gianni Lombardo. In realtà si trattava, appunto, di Gerlando Alberti junior (nipote di Gerlando Alberti senior, detto “’u paccarè”, braccio destro di Pippo Calò) e Giovanni Sutera, due latitanti ricercati per associazione mafiosa e narcotraffico internazionale, da tre anni nascosti nei pressi di Villafranca. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Graziella è stata uccisa perché, il 9 dicembre, aveva trovato in una camicia, lasciata in tintoria a lavare, un documento dal quale si capiva che l’ingegner Cannata aveva un’altra identità. Di quel documento, strappatole dalle mani dalla collega Agata Cannistrà, a cui la ragazza l’aveva fatto vedere, non si è più avuta traccia.

Non tutto è chiarito. «Quello che ci interessa è sì che siano condannati i colpevoli, ma soprattutto che si porti alla luce il fitto reticolo di connivenze a livello istituzionale che si nasconde dietro questo omicidio». A parlare è Nadia Furnari, presidente dell’associazione antimafia “Rita Atria”, che da dieci anni, in collaborazione con il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina e grazie alla dedizione e alla tenacia dell’avvocato di parte civile Fabio Repici, sostiene la famiglia Campagna nella ricerca di giustizia.
La vicenda di Graziella – sconcertante quando si pensa quale prezzo la mafia costringa a pagare persone anche del tutto estranee agli affari dell’organizzazione – presenta molti nodi irrisolti. Certo il suo omicidio avvenne in un periodo caldissimo della storia di Cosa Nostra, e poteva apparire marginale: erano gli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti (proprio nell’estate del 1985 erano stati uccisi Montana e Cassarà, vedi «Narcomafie» 7-8/2005, nda.), e si era alla vigilia del maxiprocesso; Messina, poi, era da sempre considerata – a torto – periferia di mafia e non luogo strategico per i traffici di armi e droga e per il riciclaggio di denaro sporco.
Ma la cronaca dei vent’anni in cui si è cercata la verità per l’omicidio Campagna rivela fatti di una gravità inaudita. A partire dagli ostacoli posti al fratello Piero, carabiniere all’epoca ventiduenne, mobilitatosi immediatamente per far luce sull’accaduto e redarguito dai suoi superiori per aver collaborato con i poliziotti della Squadra Mobile.

La verità era a un passo. «Che ci fossero delle collusioni a livello istituzionale – ci racconta Piero – fu subito chiaro. Contrariamente alla prassi istituzionale in casi analoghi, la Magistratura tolse la conduzione delle indagini alla Polizia, giunta per prima sul luogo del delitto e che aveva denunciato Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera già un mese dopo l’omicidio di mia sorella, e la delegò al Nucleo Operativo dei Carabinieri di Messina». Questi solo il 3 settembre del 1986, 8 mesi dopo rispetto alla Polizia, e dopo molte resistenze, tra cui un tentato depistaggio per omicidio passionale, arrivarono a redigere un rapporto contro Alberti e Sutera. Fino ad allora i due erano comparsi nei loro verbali solo a seguito di un fermo avvenuto quattro giorni prima dell’omicidio di Graziella: l’8 dicembre 1985 vennero infatti fermati a bordo di una Fiat Ritmo rubata a Milano e il Cannata-Alberti, consegnando i documenti (falsi), cercò insistentemente di tranquillizzare i militari dicendo di essere amico del loro superiore, il maresciallo Carmelo Giardina. Approfittando poi di una distrazione dei due Carabinieri, Alberti e Sutera fuggirono.

Infiltrati nell’Arma. «Pochi giorni dopo l’omicidio di mia sorella – racconta ancora Piero Campagna –, fui invitato da alcuni poliziotti della Squadra mobile a fornire ulteriori dettagli. L’auto della Polizia su cui salii venne fermata dai Carabinieri e sorse una colluttazione giustificata con l’accusa di imprecisate ingerenze investigative. Fui poi convocato in caserma dal maresciallo Giardina e redarguito per aver fornito notizie alla Polizia, e in seguito mandato dal comandante del Reparto operativo, il maggiore Antonio Fortunato, che mi intimò di riferire ogni dettaglio a lui solo o al maresciallo Giardina. Nella stanza era presente anche un’altra persona, Giuseppe Donia, che mi venne presentata dal maggiore come proprio collega e che mi rassicurò sullo scrupolo che avrebbero adottato nelle indagini. Qualche giorno dopo, Donia mi confidò di essersi occupato personalmente della perizia balistica». Anni dopo Piero Campagna avrebbe incontrato Giuseppe Donia a Falcone, un paese in provincia di Messina, e avrebbe appreso dai Carabinieri del luogo che in realtà non era affatto un carabiniere, ma si spacciava come tale, e che era molto vicino a Gerlando Alberti.
Il mandato di cattura, a seguito del rapporto dei Carabinieri del 3 settembre 1986, venne spiccato il 18 marzo dell’anno dopo dal giudice istruttore Pasquale Rossi, che rinviò a giudizio Alberti e Sutera il 1° marzo 1988. Ma il 13 febbraio 1990 il pm Giuseppe Gambino chiese e ottenne (28 marzo) dal giudice istruttore Marcello Mondello il “non doversi procedere” nei confronti dei due imputati per non aver commesso il fatto: il movente dell’agendina-documento (tirato fuori per la prima volta a un mese dall’omicidio dal barbiere di fiducia dell’Alberti – che vide sussultare il latitante quando si rese conto di aver dimenticato il documento nella camicia – e poi rinforzato dal ricordo della madre di Graziella depositato quasi quattro anni dopo, nel maggio del 1989, che raccontò che il 9 dicembre la figlia le disse: «Sai mamma che l’ingegner Cannata non è lui?») viene giudicato troppo debole.

Caso riaperto, grazie alla tv. Da allora il silenzio, fino al 1996, quando in una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? Indagine viene letta la richiesta di un’anonima professoressa di tornare a indagare sull’omicidio. Contemporaneamente, grandi e piccoli pentiti della mafia messinese iniziano a dire ciò che sanno sull’omicidio Campagna. Nove di loro fanno i nomi di Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera, e spiegano l’agghiacciante contesto mafioso in cui era stato deciso l’assassinio. «Dal 1992 al 1996 – dice l’avvocato Repici – i collaboratori di giustizia interrogati a Messina erano stati un centinaio. A nessun magistrato era venuto in mente di chiedere cosa sapessero dell’assassinio di Graziella, che viste le modalità – cinque colpi di fucile a distanza ravvicinata – era chiaramente di stampo mafioso».
Furono queste testimonianze dei pentiti a far sì che la Procura di Messina richiedesse il 24 settembre 1996 la revoca della sentenza di proscioglimento e la riapertura delle indagini preliminari. Il tribunale di Messina riaprì il caso a dicembre. In realtà il processo avrebbe potuto ricominciare due anni prima: già nel marzo del 1994 il pentito messinese Salvatore Giorgianni aveva riferito al pm di Reggio Calabria Francesco Mollace sia le responsabilità di Gerlando Alberti, sia l’intervento di Santo Sfameni, un grande boss messinese con contatti in ambienti massonici, per addomesticare l’esito del primo processo, che si concluse con il proscioglimento degli imputati.
Ancora proroghe? Ma anche nella seconda metà degli anni Novanta molti elementi facevano intravedere la rete di complicità e protezioni che istituzioni dello Stato, imprenditori e politici avevano tessuto attorno all’omicidio. Sollecitato dall’accurato e indefesso lavoro dell’avvocato Repici, nel 2000 Nichi Vendola presentò un’interrogazione parlamentare. Nel 2001 Carlo Lucarelli, con una puntata dei suoi Misteri d’Italia, riportò i riflettori su un omicidio ingiustamente dimenticato.
Oggi finalmente si è arrivati a una sentenza di primo grado che l’11 dicembre 2004 ha condannato gli imputati, ma le ombre sembrano non essere svanite del tutto: a un anno dal suo pronunciamento, non è stato ancora possibile averne le motivazioni (su queste «Narcomafie» tornerà appena saranno disponibili). «Il termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni, già prorogato una volta – spiega Fabio Repici – in realtà non è perentorio. Mi hanno inoltre informato che il giudice a latere incaricato della scrittura è sovraccarico di lavoro. Certo è curioso che del processo Dell’Utri-Cinà, la cui sentenza era stata pronunciata negli stessi giorni – e si trattava di un processo complicatissimo – le motivazioni si siano avute già a luglio».

«Mai arrendersi». Lo scorso 12 dicembre a Forte Campone si sono ricordati i vent’anni dell’omicidio. Alla presenza di coloro che in questi anni si sono battuti per la ricerca della verità (in primis l’associazione antimafia “Rita Atria”, la cui presidente Nadia Furnari, proprio a seguito della trasmissione Chi l’ha visto? Indagine, contattò Piero Campagna offrendogli appoggio e ridando nuova forza alla soluzione del caso coinvolgendo l’avvocato Repici, all’epoca giovane praticante), è stata inaugurata una lapide voluta dai familiari di Graziella e da alcuni amici del fratello. Piero in questi vent’anni si è battuto strenuamente per portare giustizia all’omicidio della sorella. «Sono stati anni terribili, di abbandono e solitudine inimmaginabili. Nei primi 11 anni ho visto uccidere mia sorella due volte: dai suoi assassini e poi dalla Giustizia, che oggi sembra invece aver imboccato, con la sentenza di primo grado, una strada nuova. Continuare a fare il carabiniere in queste condizioni è stato durissimo, ma non ho mai voluto mollare, perché credo in questo mestiere svolto da tanta brava gente che sacrifica la propria vita. Le mele marce ci sono, ma non ci si può arrendere»