Attilio Manca Attilio Manca in attesa di Verità e Giustizia

Attilio Manca ... in attesa di Giustizia

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29 mag. 06 – Narcomafie

È una morte “strana” quella di Attilio Manca…

Attilio MancaÈ una morte “strana” quella di Attilio Manca, brillante e giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, paesino in provincia di Messina. Attilio muore a Viterbo nella sua abitazione la sera tra l’11 e il 12 febbraio 2004 (l’ora esatta del decesso l’autopsia mai è stata in grado di accertare), muore con due buchi nel polso sinistro, segni inconfondibile di due iniezioni, il volto tumefatto e sangue dappertutto, sul letto e sotto il letto. Lo trovano in quello stato i suoi colleghi di lavoro dell’ospedale di Viterbo che la mattina del 12 febbraio lo aspettano invano per un intervento chirurgico. Ma Attilio non arriverà mai in ospedale. Insospettiti anche dalle mancate risposte al telefono si precipitano a casa di Attilio e così fanno la macabra scoperta.

Attilio giace riverso sul letto in una pozza di sangue, il volto compresso nel piumone, il setto nasale deviato. Le siringhe le trovano, una in cucina e l’altra nel bagno, tutt’e due col tappo di plastica a protezione dell’ago. È con quelle due siringhe che Attilio ha trovato la morte. Di overdose parla la versione ufficiale, una “miscela di eroina, tranquillanti e alcool”, come accerterà l’autopsia. Ma è difficile credere a questa versione per i genitori di Attilio, per l’avvocato Fabio Repici, e per chiunque conoscesse bene Attilio.

A destare i primi sospetti il fatto che Attilio avesse il volto tumefatto, tutto quel sangue in giro, e poi le iniezioni fatte nel polso sinistro, davvero strano per uno come Attilio che è mancino e che mai avrebbe impugnato una siringa con la mano destra. E poi Attilio è un genio in chimica e sa benissimo che con quella miscela si muore: Attilio non è certo tipo da suicidio, sprizza vita da ogni poro, ha soli 34 anni e una carriere luminosa davanti a sé.

“Attilio – racconta il padre Gino – è stato trovato denudato, con la maglietta bianca tirata fino al dorso. Aveva le braccia distese lungo il corpo, le mani e le dita erano rattrappite, in tensione, come di chi cerca di difendersi prima di morire, con il corpo pieno di macchie emostatiche – così parla anche il referto - , soprattutto nei polsi e nelle caviglie”. Macchie emostatiche nei polsi e nelle caviglie? Strano per uno morto di overdose.

“Abbiamo capito che era stato ucciso subito, dopo tre quattro giorni – ricorda la madre Angela - , sin dal giorno del funerale abbiamo visto atteggiamenti strani intorno a noi, eravamo come sorvegliati tutto il giorno, abbiamo carpito mezze parole di cui è meglio non parlare per non inficiare il lavoro del nostro avvocato Fabio Repici, ci hanno subito “invitato” a stare tranquilli”.

Poi ci si mettono pure telefonate che misteriosamente scompaiono. Ben due. La prima, fatta l’8 febbraio dalla madre ad Attilio, la seconda, che poi si rivelerà l’ultima telefonata fra Attilio e i genitori, l’11 febbraio, telefonata prima confermata dalla polizia e poi scomparsa.

“L’ultima telefonata di Attilio – ricorda la mamma Angela – fu molto strana. Ci disse se potevamo riparare la sua moto che teneva nel garage di Tonnarella, frazione di Terme Vigliatore. Quando, dopo la sua morte, abbiamo fatto controllare la moto, ci siamo accorti che funzionava perfettamente: forse era un segnale, un modo per dirci in codice che era a due passi da casa nostra ma non poteva vederci? E perché questa telefonata è scomparsa dai tabulati?”. Su richiesta dell’avvocato, a proposito di questa telefonata gli inquirenti hanno scritto: “errore di data comprensibile, visto il dolore di una madre, dovuto alla perdita di un figlio che può facilmente confondere il giorno in cui l’ha sentito per l’ultima volta”. Insomma, per gli inquirenti si tratterebbe solo di allucinazioni di una madre molto provata.

L’altra telefonata scomparsa dai tabulati è quella fatta dalla madre l’8 febbraio: anche di questa, nessuna traccia. Dunque, ancora allucinazioni.

Sulla morte di Attilio indaga la Procura di Viterbo che per due volte ha tentato di archiviare il caso. “Alla Procura di Viterbo – ci dicono i genitori - della morte di nostro figlio non se ne occupa nessuno. Nessuna indagine seria è stata fatta. La polizia non ha mai cercato le telefonate misteriosamente scomparse. Il procuratore Petroselli, titolare del caso ci ha sempre detto che “non c’è niente”, che nostro figlio è morto di overdose. Punto. E per la seconda volta ha chiesto l’archiviazione del caso, archiviazione alla quale ci siamo opposti”. Gli fa eco l’avvocato Fabio Repici (lo stesso avvocato che si occupa da anni dell’omicidio di Graziella Campagna): “hanno già tentato due volte di archiviare il caso: la prima volta, maggio 2005, il Gip ha accolto la nostra richiesta ed ha ordinato al Pm di effettuare le indagini richieste, cioè controllare i tabulati telefonici, non solo di Attilio, ma anche di alcuni personaggi barcellonesi; integrare l’autopsia per verificare con esattezza ora e cause della morte di Attilio; analisi del Dna delle cicche di sigarette trovate in casa di Attilio il giorno della sua morte. Bene, di tutto ciò è stato fatto poco o niente, neanche l’analisi del Dna delle impronte sulle siringhe. E in compenso è partita la seconda richiesta di archiviazione, alla quale logicamente ci siamo opposti e di cui aspettiamo risposte”. Incalza l’avvocato: “La verità è che tutte le tracce portano a Barcellona, sia il molto che si sa del dopo morte di Attilio, sia il poco che si sa su ciò che accaduto prima della sua morte. Non si sa niente delle ultime 30 ore di Attilio, qualcosa deve pure avere fatto, ma di questo alla procura non interessa a nessuno”.

Ma ammesso che Attilio sia stato ucciso, chi lo ha fatto e perché? “Dopo un anno dalla morte di Attilio – spiega la madre Angela – non riuscivamo ancora a capire chi avesse potuto volere la morte di nostro figlio. Fino al 20 febbraio 2005, giorno in cui uscirono sui quotidiani le dichiarazioni intercettate dalla Procura di Palermo del mafioso Pastoia: Provenzano era stato operato alla prostata e un urologo era stato a trovarlo nel suo rifugio. Ecco la scintilla. Guarda caso, l’indomani Pastoia è stato trovato morto suicida in carcere. Poi – continua la madre - , alla trasmissione televisiva di Raitre Chi l’ha visto abbiamo appreso dell’operazione alla prostata subita da Provenzano nell’ottobre 2003 in Francia, a Marsiglia, e allora ci siamo ricordati che Attilio proprio in quel periodo era stato in Costa Azzurra e da lì ci aveva fatto ben due telefonate”.

Ricorda il padre Gino: “nella prima telefonata Attilio pareva nervoso, mi ha detto che era in Costa Azzurra per “vedere un intervento”, ma noi non gli abbiamo dato molta importanza; nella seconda, io gli chiesi perché non andava a vedere Montecarlo, e lui mi rispose che si trovava dalla parte opposta, cioè dalle parti di Marsiglia, proprio dove è stato Provenzano, e che era molto impegnato. Peraltro – ricorda ancora il padre – stranamente di questo suo viaggio in Costa Azzurra nessuno dei suoi colleghi sapeva niente. E poi, Attilio aveva sempre operato in Italia, come mai si trovava in Francia per “vedere un intervento”? Chi era il paziente che lo aveva spinto fino in Francia?”.

Insomma per i genitori, ci potrebbe essere un filo di sangue che lega l’intervento alla prostata subita in Francia da Provenzano, ancora latitante, e l’uccisione del loro figlio, l’unico in Italia, assieme al suo maestro Gerardo Ronzoni, a sapere operare la prostata per via laparoscopica.

Una amica ha raccontato che a pranzo, il giorno prima della morte, è cambiato improvvisamente di umore a seguito di una telefonata: era infastidito di dovere incontrare in quei giorni delle persone.

Insomma, Attilio è di Barcellona P.G., paese ad alta densità mafiosa, e, secondo i genitori, non è escluso che lo abbiamo costretto a visitare o operare Provenzano o qualunque altro latitante e per questo sia finito morto ammazzato. Ucciso perché testimone scomodo.

Vivono la loro vita in solitudine, i genitori di Attilio, in paese hanno subito minacce, maldicenze, qualcuno gli ha pure tolto il saluto, come fossero degli untori: tutto questo solo perché cercano giustizia e verità per la morte del loro figliuolo. Disperati dall’inerzia della Procura di Viterbo, hanno pure scritto al Procuratore nazionale Piero Grasso chiedendogli un suo personale intervento. La loro è una battaglia impari e contro il tempo.

“Abbiamo più di settant’anni – ci dice il Padre – e non vorremmo aspettare più di trent’anni per avere giustizia, come fu per la morte di Peppino Impastato”.

Antonio Pergolizzi

Riaperte le indagini sull’omicidio di Attilio Manca.
Indagata la mafia Barcellonese.
Attilio testimone scomodo???!!!

Riportiamo il comunicato ANSA del 18 ottobre c.a.

RIAPERTO DAL GIP del tribunale di Viterbo, Gaetano Mautone, il fascicolo sulla morte di Attilio Manca, un giovane urologo originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in servizio presso l'ospedale Belcolle di Viterbo, trovato morto nella sua casa nel 2004. Il Gip ha accolto il ricorso con il quale la famiglia del medico si è opposta per la seconda volta alla richiesta di archiviazione del caso avanzata dalla procura della Repubblica dì Viterbo, secondo la quale il giovane si sarebbe suicidato.
Una tesi, quest'ultima, sempre contestata dalla famiglia Manca, che da due anni sostiene con ostinazione che il figlio sarebbe stato ucciso dalla mafia barcellonese e ritiene di aver raccolto una serie di elementi che smentirebbero definitivamente la tesi del suicidio.
Il sospetto dei genitori è che il medico, specialista in urologia e vice primario a Belcolle, sia stato costretto ad assistere un latitante eccellente: il boss Bernardo Provenzano, che fu operato di prostata in una clinica di Marsiglia. Il presunto omicidio di Manca, a loro dire, sarebbe stato deciso dalla mafia per eliminare l'unico testimone italiano, a parte gli accompagnatori di Provenzano, del "viaggio della speranza" compiuto dal boss in Francia. Una circostanza, quest'ultima che, secondo il legale della famiglia Manca, sarebbe avvalorata da un improvviso viaggio in Costa Azzurra compiuto dal medico poco prima di essere trovato morto. Viaggio che corrisponderebbe al periodo in cui Provenzano fu operato a Marsiglia. Manca, 34 anni, la mattina del 12 febbraio 2004, fu trovato morto nella sua abitazione di Viterbo. Il medico legale stabilì che il decesso era stato causato da un'iniezione di sostanze letali che Manca si sarebbe iniettato da solo nel braccio sinistro. Già questo primo elemento suscitò forti perplessità nella famiglia, in quanto il medico era mancino e faceva tutto con la mano sinistra, quindi, hanno sempre sostenuto, non avrebbe potuto iniettarsi le sostanze letali nell'avambraccio sinistro. Inoltre, a loro dire, non sarebbero mai stati analizzati i tabulati telefonici per verificare chi e da dove ha chiamato il medico nel periodo immediatamente precedente alla morte del giovane e in quello corrispondente al viaggio di Provenzano a Marsiglia. E il Gip, come primo atto, ha disposto proprio il sequestro dei tabulati telefonici.
Il Gip del tribunale di Viterbo Gaetano Mautone ha dato mandato al pm di far eseguire, entro tre mesi, l'esame del Dna su alcuni mozziconi di sigarette e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati su un tavolo nell'abitazione di Attilio Manca.
In particolare il Gip ha disposto che il Dna venga confrontato con quello di Angelo Porcino, un uomo residente a Barcellona Pozzo di Gotto, città natale di Attilio Manca, dove vivono tuttora i suoi genitori.
Angelo Porcino, secondo il legale della famiglia Manca, avvocato Fabio Repici, oltre a essere pregiudicato, avrebbe avuto contatti con ambienti mafiosi barcellonesi. Dello stesso Porcino sarebbe anche provata la partecipazione ad un summit dei capi mafia della zona. Il Gip, secondo l'avvocato Repici, ha chiesto di verificare la posizione di Porcino in quanto Attilio Manca, dieci giorni prima di morire, avrebbe telefonato ai genitori chiedendo loro informazioni proprio su di lui.
Poi avrebbe aggiunto di avere a sua volta ricevuto una telefonata da parte di un suo cugino, Ugo Manca, tecnico radiologo, che gli avrebbe chiesto un appuntamento a nome di Porcino poiché, avrebbe avuto bisogno di un consiglio di carattere medico. L'eventuale presenza a Viterbo di Porcino, secondo il legale, potrebbe imprimere una svolta decisiva alle indagini nel senso indicato dai genitori di Attilio Manca. Nel senso che il medico non si sarebbe affatto suicidato e che nella sua morte potrebbe aver avuto un ruolo la malavita barcellonese.
Un altro aspetto che le indagini non avrebbero chiarito, così come ha sostenuto l'avvocato Repici nell'opposizione all’archiviazione del caso accolta dal Gip di Viterbo, riguarda il comportamento di Ugo Manca nei giorni immediatamente successivi alla scoperta del cadavere di Attilio. Ugo Manca, condannato un anno fa per traffico di droga, il giorno dopo la scoperta del cadavere dell'urologo si recò alla procura della Repubblica di Viterbo per sollecitare, a nome dei genitori del medico, la restituzione del corpo e il dissequestro dell'appartamento.
Ma il padre e la madre di Attilio, ascoltati dal pm, hanno dichiarato di non aver mai chiesto al loro nipote di fare tali richieste.
Inoltre, come prova un'impronta digitale trovata su una mattonella del bagno, Ugo Manca era stato in casa del cugino. Circostanza che egli stesso ha poi ammesso, dichiarando di essere venuto a Viterbo nel dicembre 2003 per farsi sottoporre a un piccolo intervento chirurgico a un testicolo. Ma non ha fornito alcuna prova su chi e quando gli avesse diagnosticato il problema e prescritto l'intervento.
«È singolare - ha detto l'avvocato Repici - che un tecnico radiologo, dipendente di un ospedale siciliano, compia un viaggio di 800 chilometri per un interveto che richiede pochi minuti e non prevede alcuna degenza». (ansa)