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 Danilo Dolci, sociologo di Trieste, è stato promotore, catalizzatore o ispiratore, a volte anche a sua insaputa, di mobilitazioni collettive, protagonista di azioni individuali che hanno suscitato grande attenzione, simpatia e solidarietà. Tuttavia, spesso, ha provocato anche tanta ostilità dei media, del mondo politico, delle gerarchie ecclesiastiche. Quando, nel 1952, appena arrivato a Trappeto, scoprì che un bambino era morto di fame perché nato con la lingua attaccata al palato, denunciò pubblicamente l’incuria dei medici, del sistema sanitario, e del mondo politico, facendo il suo primo sciopero della fame nella stessa casetta del bambino morto.
Un secondo sciopero della fame, sempre a Trappeto, fu contro la pesca di frodo a strascico nel golfo di Castellammare, che distruggeva la fauna ittica e affamava i piccoli pescatori. 
Nel 1954 scoprì il quartiere Spine Sante di Partinico dove, in casette a pianterreno di sedici metri quadri in terra battuta, vivevano famiglie con sette-otto bambini con genitori disoccupati che vivevano di espedienti e fu un altro sciopero della fame contro l’incuria delle istituzioni e dei benestanti. In seguito studiò Partinico e scoprì che, dall’Unità d’Italia fino al 1954, i partinicesi avevano ricevuto dallo Stato molti più anni di galera che di scuola e pubblicò “Banditi a Partinico”.
Nel 1956, durante il lavoro che portò alla pubblicazione di “Inchiesta a Palermo”, Danilo scoprì pezzi di città ultradegradati come “Cortile Cascino” dove le famiglie vivevano in baracchette in mezzo alle macerie dei bombardamenti del 1943. Naturalmente nei confronti di queste denunce pubbliche attraverso scioperi della fame vi fu un crescendo di attenzione dei media e il consolidarsi di schieramenti pro e contro Danilo 
Negli anni sessanta, compreso il fortissimo intreccio tra mafia, chiesa e potere politico, Danilo mise a fuoco il ruolo che in tutto questo avevano avuto, dal dopoguerra, l’on. Bernardo Mattarella e il senatore Volpe, il primo sempre ministro del governo italiano e il secondo sempre sottosegretario. Contro di loro, dopo averli denunciati alla Commissione Antimafia, realizzò uno sciopero della fame di oltre venti giorni a Castellammare del Golfo, paese di Mattarella che era il “Mamma Santissima” della Provincia di Trapani. Il Cardinale Ruffini, di Palermo, tuonò contro di lui, giurando e spergiurando che Danilo era un bugiardo pagato per denigrare la Sicilia.
Il sociologo Danilo interrogava e ascoltava tutti, ne comprendeva i problemi e, quando si trattava di persone svantaggiate, era capace di spendersi totalmente. E’ stato un gigante nella lotta contro la miseria, contro la fame, contro la corruzione, contro il clientelismo; ed è stato un maestro dell’azione non violenta. Un genio nel dare visibilità ai problemi socioeconomici, culturali, etici, politici ed alle azioni che intraprendeva per la loro soluzione. 
E’ stato anche un lavoratore instancabile, ordinato e meticoloso. Tutti i suoi scritti lo confermano. Tutte queste qualità, negli anni tra il 1950 e il 1960, ne hanno fatto una luminosa bussola sociale, etica, politica e culturale. Migliaia di scienziati, artisti, poeti, filosofi, religiosi, educatori, tecnici e, persino, politici e diplomatici di ogni angolo del pianeta hanno visto in Danilo una possibile guida per la costruzione di un mondo senza miseria, senza guerre, senza violenze di qualsiasi tipo, senza prepotenze e senza discriminazioni politiche, economiche, etniche, religiose, sociali, sessuali, culturali. 

Link e riferimenti

Centro per lo Sviluppo Creativo – ‘Danilo Dolci’

Materiali 

Questa terra è come una delle tante sue bambine bellissime nei vicoli dei suoi paesi, bellissime spesso sotto le croste, i capelli scarmigliati, nei cenci sbrindellati: e già si intravede come, crescendo lei bene, tra anni quel volto potrebbe essere intelligente, nobilmente vivo; ma pure si intravede come in altre condizioni quel volto potrebbe rinchiudersi patito e quasi incattivito.

 Danilo Dolci, Spreco 

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 Danilo Dolci

Un Gigante che lottò contro la miseria

Di Lorenzo Barbera - n. 23 Casablanca - Storie dalle città di frontiera

Cinquantasei anni dopo il mio incontro con Danilo Dolci


Danilo DolciDanilo Dolci architetto, sociologo, poeta educatore, attivista della non violenza, stato promotore, catalizzatore e ispiratore, di mobilitazioni collettive. Protagonista di azioni individuali che hanno suscitato grande attenzione, simpatia e solidarietà in modo trasversale.  Gli scioperi della fame e la azioni non violente per difendere i più deboli, i più poveri e bistrattati. L’indignazione verso le istituzioni che ai bambini poveri  non garantivano la sopravvivenza e l’adolescenza. La lotta per la pace e contro la mafia. 
I ricordi di chi ha vissuto e lottato con Danilo. Avevamo fame, ma eravamo felici ed entusiasti perché stavamo cambiando il mondo. Così ci pareva ascoltando disoccupati, contadini, artigiani, vecchi e ragazzi su come il loro paese potesse arrivare al lavoro e al benessere per tutti, senza più emigrazione. E se riscoprissimo Danilo Dolci?

 “I lavoratori occupati fanno valere le loro ragioni scioperando, in che modo possono far valere le proprie i disoccupati?” domandava Danilo. “Lavorando!” rispondevano i disoccupati.

“Quale lavoro si potrebbe fare tutti insieme?”, domandava ancora Danilo.

“Aggiustare le trazzere del territorio di Partinico, tutte intransitabili ai carretti dei contadini” convennero i disoccupati.

Conobbi Danilo nel 1956, partecipando a una riunione con i disoccupati presso la Camera del Lavoro di Partinico.

Partinico era un paesone di 25.000 abitanti di cui la stragrande maggioranza agricoltori, perciò ci vollero diverse riunioni per arrivare alla decisione di riparare la Trazzera Vecchia che era l’arteria agricola più importante. Dopo avere informato tutti i partinicesi, in centinaia, iniziammo a ripararla, armati degli attrezzi di lavoro necessari.

La nostra azione fu considerata eversiva da Mario Scelba, allora ministro dell’interno, che decise di impedirla usando come pretesto l’occupazione di suolo pubblico. Arrivarono, perciò, camion e camion di poliziotti ai quali noi rispondemmo con la resistenza passiva a cui Danilo ci aveva istruiti.

Gli agenti non usarono contro di noi la violenza grazie alla presenza di molti giornalisti e operatori televisivi che Danilo aveva accuratamente invitato. Essi, perciò, impiegarono diverse ore per riuscire a interrompere il lavoro dei disoccupati.

Un centinaio di persone furono portate via con i camion. Venti di esse, Danilo compreso, furono imprigionate. Un mese dopo, il processo per direttissima che Piero Calamandrei, avvocato difensore di Danilo, definì “processo all’articolo 4”.

Avevo vent’anni e grazie Danilo, scoprii di essere completamente libero, anche da me stesso, e mi dedicai ai problemi di tutti, alla partecipazione di tutti e alla piena occupazione.

Nel 1956, mentre Danilo intervistava i palermitani dei quartieri popolari, con altri giovani mi dedicavo, ai bambini di Spine Sante allora il quartiere più povero di Partinico. Case piccole, tutte a pianterreno, con pavimenti in terra battuta, erano regolarmente abitate da famiglie numerose. Genitori completamente analfabeti, senza lavoro, vivevano di espedienti a limite della legalità come chiedere o rubare frutta e verdura nelle campagne, aiutare nei traslochi, fare il borseggio in città. Tanti bambini, infatti, avevano il padre in carcere.

La piena occupazione

Nel 1957 realizzammo un’inchiesta in dieci comuni della Sicilia Occidentale per scoprire com’era possibile perseguire la piena occupazione mobilitando le risorse locali, i saperi e i saper fare degli abitanti. Io e altri due giovani ci occupammo di Corleone, Campofiorito e Bisacquino.

Di nostro non avevamo una lira. Alloggiavamo in una locanda di Bisacquino, tutti e tre in una stanza, andavamo a piedi da un paese all’altro. Danilo ci raggiungeva un giorno la settimana e, ogni volta ci lasciava cento lire che spendevamo interamente per comprare pomodori e cipolle che costavano solo cinque o sei lire il chilo. Per il resto integravamo con torzoli di cardi, cicoria e altre verdure selvatiche. Avevamo fame, ma eravamo felici ed entusiasti perché stavamo cambiando il mondo. Così ci pareva ascoltando disoccupati, contadini, artigiani, vecchi e ragazzi. Grazie a questo lavoro Danilo osò organizzare a Palermo il convegno “Una politica per la Piena Occupazione”, cui parteciparono economisti, sociologi, scrittori, artisti, politici italiani ed europei. L’Unione Sovietica assegnò a Danilo il premio Lenin per la Pace, sedici milioni di lire, che Danilo ed io andammo, in treno, a ritirare presso la sede romana della Banca d’Italia.

Dopo alcuni giorni di discussione con altri volontari si decise di creare al “Centro studi e iniziative per la piena occupazione nella Sicilia Occidentale”, con cinque sedi: Partinico, Corleone, Roccamena, Menfi e S. Giovanni Gemini.

Consapevoli che i sedici milioni non potevano durare in eterno proponemmo ai nostri amici e simpatizzanti svedesi, svizzeri, inglesi, tedeschi e italiani di farsi carico dei costi delle attività di ciascuno dei cinque centri. Danilo, quindi viaggiò per l’Europa e per l’Italia, assistendo alla nascita dei comitati di sostegno svedese, inglese, svizzero, tedesco, torinese, romano e milanese.

In quegli anni, in diversi paesi si realizzavano politiche di piena occupazione: Unione Sovietica, Iugoslavia, Svezia, Israele. Danilo Nel 1958 e nel 959 visitò e studiò questi paesi e invitò loro esperti a partecipare ai nostri seminari sulla pianificazione dal basso.

Nel giugno 1960 mi fu assegnata la responsabilità del Centro di Roccamena A fine dicembre si erano costituiti i gruppi sui temi “Diga sul fiume Belice”, “Uscire dalla monocultura del grano”, “Strade intercomunali e agricole”, “Rimboschimento”, “Nucleo urbano” e “Mafia”.

Convenimmo che tutti dovevano poter dare il loro contributo, compreso lo “scemo del paese”, e ognuno doveva essere ascoltato da tutti con attenzione per avanzare tutti insieme verso la soluzione del problema. Tutti i gruppi interagivano fra loro.

Nei gruppi di lavoro gli analfabeti erano la maggioranza, ma c’erano anche persone che sapevano leggere e scrivere e persino qualche studente universitario, che metteva nero su bianco l’avanzamento del lavoro e le decisioni condivise.    

Il due aprile 1962 Roccamena fu invasa da migliaia di persone provenienti da tutta la Valle, ma anche da Palermo, Trapani e Agrigento. E, persino, giornalisti e docenti universitari. Fu necessario sistemare all’esterno del cinema diversi altoparlanti perché tutti potessero seguire il dibattito che si svolgeva all’interno del cinema che, pieno come un uovo, tra posti a sedere e in piedi, riusciva a contenere solo novecento persone.

I relatori erano stati espressi dai gruppi di lavoro. Sulla diga espose uno studente d’ingegneria, per il nucleo urbano un barbiere con la quinta elementare.  Per un’agricoltura alternativa alla monocoltura del grano svolse una relazione, in perfetta lingua dialettale, Nino Pezzullo, un contadino di sessantacinque anni, totalmente analfabeta, che aveva perfettamente stampato nella sua corteccia cerebrale il territorio di Roccamena antecedente alla Riforma Agraria del 1950, quello attuale e quello futuro.  A molti partecipanti fu distribuito il “Piano di sviluppo di Roccamena” ciclostilato. In tutti i comuni della Valle del Belice nacquero i comitati cittadini. Io e Paola, con i nostri bambini di diciotto mesi e tre anni, ogni sera eravamo in un paese diverso, in un’assemblea di Comitato Cittadino.

  

Nella primavera del 1963 ognuno dei venticinque paesi del Belice aveva abbozzato il piano di sviluppo comunale e fu deciso di realizzare, a Roccamena, una settimana di pressione sulle istituzioni nazionali e regionali al fine di creare occupazione e ad arrestare l’emigrazione dei giovani. Danilo Dolci partecipò digiunando in piazza per sette giorni e a lui si unirono diversi obiettori di coscienza e tanti nostri sostenitori italiani e stranieri.  Vi parteciparono inoltre i comitati cittadini, quattordici sindaci, tanti consiglieri comunali e tanta popolazione. Decine di giornalisti italiani e stranieri bivaccarono con noi in piazza fermandosi anche la notte.

La settimana di pressione si concluse con una marcia di popolo al sito della futura diga, cui parteciparono anche donne e bambini.  

Dall’indomani Danilo Dolci partecipò anche alla nutrita delegazione che incontrò tutte le autorità regionali e nazionali che avevano titolo per realizzare diga. Tutte le autorità incontrate assunsero puntuali impegni: cominciarono i rilevamenti nel sito della futura diga e fu istituita la commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia. Eravamo perciò ottimisti.

 

Tuttavia, all’inizio del 1965 dovemmo costatare che tutti gli impegni assunti nel 1963 dalle autorità nazionali e regionali erano del tutto fermi: la diga sul Belice perché, dopo il disastro del Vaiont, si scoprì che il sito individuato nel sessantatré era a rischio di frane, tutti gli altri impegni erano disattesi perché erano cambiati i ministri e gli assessori regionali.

Ancora marce, grandi partecipazioni e sostegni nazionali ed estere, nuovo sito per la diga sul fiume Belice, e di nuovo in delegazione, con Danilo con i nuovi ministri e i nuovi assessori regionali tecnici e burocrati. Furono presi impegni  per le tappe, i tempi e responsabilità politiche tecniche e burocratiche … Alla fine del 1966 tuttavia, abbiamo constatato che, mentre la popolazione della valle del Belice aveva fatto molti passi avanti, dandosi programmi, organismi, metodi e strumenti di programmazione partecipata, le istituzioni nazionali sistematicamente disattendevano gli impegni presi nel 1965 nella piazza di Roccamena. E verificammo, ogni giorno di più, la gestione mafiosa e clientelare delle istituzioni e delle risorse pubbliche. E per questa ragione maturò nella Valle del Belice e, grazie a Danilo, anche nella zona di Partinico, il progetto di una Marcia per la Sicilia Occidentale per lo sviluppo, contro la mafia e contro la guerra. 

La marcia iniziata il cinque marzo del 67, attraversò tutta la Valle del Belice: Partanna, Castelvetrano, Menfi, Santa Margherita Belice, Roccamena, Partinico. Terminò la sera dell’11 marzo a Palermo. Ogni sera, una piazza diversa. Un dibattito sui temi della marcia con tutta la popolazione.

A questa marcia hanno partecipato decine di migliaia di persone della Valle del Belice, comprese donne, studenti e bambini, ma anche studenti universitari e docenti di molte università italiane e tanti artisti, economisti, scrittori e poeti europei e d’altri continenti. Dalla Svezia al Cile, al Vietnam e agli Stati Uniti, hanno testimoniato sui travagli dei loro paesi e dei loro popoli, accrescendo la consapevolezza che i comportamenti mafiosi, le prepotenze e le ruberie sono presenti dappertutto e che le buone soluzioni si trovano con il dialogo, le iniziative e le lotte non violente e la partecipazione consapevole delle popolazioni interessate.

 La marcia per la pace

Piera Lipari Marcia per la PaceNacque l’idea di una marcia nazionale: la “Marcia dal Nord e dal Sud per la Pace”, partendo l’uno novembre alla stessa ora da Milano e da Palermo per riunirci a Roma, a Piazza San Giovanni, nella mattinata del 30 novembre e marciare insieme fin a piazza Esedra, dove ci sarebbe stata la conclusione.

Danilo, nordico, partì da Palermo con i siciliani ed io, siciliano, partii da Milano con i lombardi.

Nei circa tre mesi di preparazione ci fu una straordinaria fioritura di gruppi pacifisti in tutte le regioni italiane. In ogni città che raggiungevamo la sera, c’era un palco circondato di popolo sul quale ci accoglieva il comitato cittadino per la pace e dal quale prendevano la parola, non solo i padroni di casa, ma anche i partecipanti alla marcia, con priorità a quelli di altri paesi. In ventotto città il comitato cittadino ha anche provveduto a sfamare ed alloggiare tutti i mille marciatori continui.

Il trenta novembre da piazza San Giovanni a Piazza Esedra eravamo centinaia di migliaia.  Non avevo mai visto e non ho più visto tanto popolo insieme.

Ho lavorato con Danilo dal 1956 al 1969 ed egli è stato determinante per le mie scelte esistenziali. Devo a lui, certamente, la mia dedizione alla qualità delle persone e dei loro rapporti, la mia tensione verso la ricerca sociale, economica, culturale e scientifica e verso la ricerca della verità e delle buone soluzioni ascoltando attentamente e mobilitando gli altri. A lui devo anche il ripudio della mercificazione della mia intelligenza, della mia conoscenza e del mio saper fare, la mia coerenza, la mia costanza, la mia tenacia e la fedeltà alla mia etica.

Se non avessi incontrato Danilo non so chi sarei stato e chi sarei oggi.

Il sociologo Danilo interrogava e ascoltava tutti, ne comprendeva i problemi e, quando si trattava di persone svantaggiate, era capace di spendersi totalmente. E’ stato un gigante nella lotta contro la miseria, contro la fame, contro la corruzione, contro il clientelismo; ed è stato un maestro dell’azione non violenta. Un genio nel dare visibilità ai problemi socioeconomici, culturali, etici, politici ed alle azioni che intraprendeva per la loro soluzione.

E’ stato anche un lavoratore instancabile, ordinato e meticoloso. Tutti i suoi scritti lo confermano. Tutte queste qualità, negli anni tra il 1950 e il 1960, ne hanno fatto una luminosa bussola sociale, etica, politica e culturale. Migliaia di scienziati, artisti, poeti, filosofi, religiosi, educatori, tecnici e, persino, politici e diplomatici di ogni angolo del pianeta hanno visto in Danilo una possibile guida per la costruzione di un mondo senza miseria, senza guerre, senza violenze di qualsiasi tipo, senza prepotenze e senza discriminazioni politiche, economiche, etniche, religiose, sociali, sessuali, culturali. Si trattava di persone che non vedevano nelle forze politiche dell’epoca il sogno, l’opera per la costruzione di un mondo di giustizia, di pace, di solidarietà e partecipazione. Molte di queste persone venivano e si mettevano a disposizione di Danilo per operare in Sicilia, in altre regioni italiane o in qualunque altra zona della terra. Molte di esse hanno dato vita a comitati di sostegno politico ed economico all’attività di Danilo e dei suoi collaboratori che operavano in Sicilia. Tutto ciò spiega la candidatura di Danilo al “Premio Nobel per la Pace” nel 1968 e nel 1969.

Nonostante le sue grandissime qualità, però, Danilo Dolci non riuscì a divenire il collante di quella straordinaria umanità che egli stesso aveva messo in moto. Danilo pensava e agiva da far sognare quando pensava e agiva solo, circondato dalla stima, dal sostegno e dal plauso di tutto questo mondo. Pensare e operare insieme e di concerto con persone capaci di pensare, agire e interagire in modo efficace, produttivo e, spesso, anche innovativo, era per Danilo terribilmente stressante e diventava presto insostenibile.

Alla fine degli anni sessanta Danilo decise di concentrare le sue energie sul fronte pedagogico e nella produzione poetica, abbandonando la prima linea della lotta contro la miseria, la disoccupazione, la mafia e la guerra. 



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