Strage di guerra / di Gianni Lannes

Strage di guerra
di Gianni Lannes

n. 19 di Casablanca

Un velivolo abbattuto con ottantuno persone a bordo in tempo di pace. Una verità inconfessabile: occultata dai governi tricolore per ben trentuno anni. Dopo menzogne di Stato, depistaggi, muri di gomma, omicidi, suicidi, incidenti, omissioni, occultamenti governativi, il segreto dei segreti inizia a sgretolarsi. Ben quattro ex militari (tre dell’Aeronautica ed uno della Marina) hanno vuotato il sacco ai due magistrati della Procura della Repubblica di Roma, Maria Monteleone ed Erminio Amelio. Uno di essi era stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio per disposizione di alte cariche dell’A.M., mentre era ancora in servizio, perché minacciava di rivelare l’indicibile. Altri sono stati minacciati di morte: prima ancora oltre una ventina di testimoni, gran parte
in divisa, sono stati sistematicamente eliminati da ignoti o in seguito ad anomali incidenti.
“Saranno i magistrati a decidere se si tratta di informazioni utili” chiosa Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica. Secondo un ex ufficiale della Marina militare italiana (oggi ingegnere), oltretutto, “proprio quella sera era in corso - in zona - un’esercitazione aeronavale dell’Alleanza atlantica alla quale hanno partecipato unità italiane; eppure non siamo stati chiamati a prestare soccorso”.
In base al resoconto di un’altra gola profonda, Spadolini in qualità di ministro era in procinto di rivelare tutto, ma poi fece inspiegabilmente un passo indietro”.


Oggi sappiamo con certezza che «l’incidente al Dc 9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento. Il Dc 9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a ottantuno cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto». Sono le parole con le quali il giudice Rosario Priore – alternatosi ai colleghi Aldo Guarino, Giorgio Santacroce e Vittorio Bucarelli – ha chiuso nel 1999
la più lunga istruttoria della storia giudiziaria italiana. Di più: secondo un ex 007, già segretario di alcuni ministri della Difesa (Spadolini compreso) “in una relazione dei servizi segreti italiani, dimenticata nella cassaforte del ministro della Difesa, è custodita dal 1980 la verità inconfessabile, ben nota ad innumerevoli governi italiani”.
Esattamente un anno fa, i due giudici capitolini mi avevano gentilmente raccomandato di osservare il silenzio stampa, per non turbare l’indagine giudiziaria. Siccome che le rogatorie nei confronti di Usa, Francia, Belgio, Germania e Libia non hanno sortito alcuna risposta e lo scavo giudiziario rischia di arenarsi per sempre, è ora di informare l’opinione pubblica. Di che nazionalità erano i cinque aerei sconosciuti sui ventuno documentati nell’elenco fornito al giudice
Priore dalla Nato? Carlo Luzzati, presidente della commissione ministeriale dei Trasporti, a pochi mesi dall’evento, in un’informativa al ministro scrive: «A questo punto ritengo doveroso rappresentare alla S.V. che, a mio parere, l’indirizzo delle indagini, ivi compresa la scelta della scala di priorità, per il privilegio delle ipotesi di lavoro, debba scaturire da una valutazione che tenga conto delle ripercussioni che i risultati di tali indagini potrebbero avere sui interessi superiori del Paese». Il lavoro di quella commissione escluse il cedimento strutturale del Dc 9 Itavia o la collisione, indicando in un’esplosione
probabilmente di un missile, il motivo per cui il velivolo era inabissato. La Bonfietti non ha dubbi: «Non era così sconosciuta questa verità e non era così poco chiaro anche in moltissime menti così vicine alla politica. Era in gioco a quanto pare la stabilità nazionale. Questo era l’ordine di grandezza del problema: le ripercussioni sugli interessi superiori del Paese che un’azione di guerra aerea nei nostri cieli, avrebbe comportato».
Si chiamano carriere in riscossione. «Abbiamo avuto ai vertici dell’Aeronautica e in posizioni di prestigio presso la Presidenza del Consiglio, personaggi come Ferracuti e Tricarico, di cui è documentato l’impegno contro la verità» tuona l’ex senatrice Daria Bonfietti.
Sandro Ferracuti è stato nominato (giugno 2001) dal ministro della Difesa Antonio Martino (il quale a suo tempo presentò domanda di iscrizione alla P2), capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica all’indomani del ventunesimo anniversario della strage di Ustica. E’ lo stesso alto ufficiale che – allora colonnello – ha presieduto la commissione italo-libica nominata con il compito di ricostruire le modalità con cui il Mig 23 libico era caduto sulla Sila. Nel 1996 Ferracuti finì sotto inchiesta perché secondo il giudice Priore, l’ex addetto militare a Washington aveva mentito ai magistrati e alla commissione stragi. «La carriera di questo ufficiale è espressamente segnalata dal giudice Priore come “carriera in riscossione” per la partecipazione alla vasta operazione contro la verità ».
Come il sottosegretario Carlo Giovanardi che nega l’evidenza, si è interessato di Ustica anche l’ex consigliere militare di palazzo Chigi, generale di quadra aerea, Leonardo Tricarico, che non ha sprecato occasione per affermare che «il Dc9 di Ustica è stato abbattuto da una bomba e che i generali imputati sono tutte persone perbene, che sanno cos’è l’onore, la lealtà, lo spirito di
servizio».
Conclude la Bonfietti: «Continuo a pensare che l’unico interesse superiore del Paese debba essere la verità e per questo continuo questa battaglia, per vedere ripristinati i valori di trasparenza, verità e giustizia».
Fiat dixit
Un messaggio lampante, trasversale, insomma a stelle e strisce. Non è un caso che Gheddafi sia stato tirato in ballo dall’ex socio d’affari Cesare Romiti -per conto Fiatnel corso di una intervista al Corriere della Sera, lo scorso 23 febbraio. Romiti ricorda quando i consiglieri libici nel Cda Fiat, dopo l’incidente di Ustica e la scoperta di un Mig libico caduto sulla Sila, fecero sapere che “dovevano recuperare i resti dell’aereo.
E ci chiedevano una mano. Ne parlai con i servizi, a Roma. Non sapremo mai cos’era successo, né a Ustica né sulla Sila, né durante né dopo. Sappiamo che il Mig fu restituito. Temevamo tutti fosse stato un missile. Uno sconfinamento, una battaglia segreta nei cieli, l’arma che parte e colpisce l’aereo civile. Ne parlammo. Mi rassicurarono”.
Il colonnello è a conoscenza del segreto dei segreti e potrebbe ancora ricattare il sistema di potere che controlla il belpaese.
Daria Bonfietti -che il 27 giugno 1980 ha perso il fratello Alberto - non ha dubbi: “Ustica colpisce a morte il cuore della democrazia, intacca la sua sostanza. Ustica è il soffocamento sistematico e pervicace della democrazia italiana. Segnala i poteri occulti dei corpi separati, conferma l’esistenza di forze che riducono la democrazia italiana a una democrazia di facciata”.
Il giudice Rosario Priore è perentorio: “L’incidente al Dc 9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento. Il Dc 9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a ottantuno cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro paese, di cui sono stati violati i confini e diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto”.
La sera del trentuno agosto 1999 il magistrato Priore ha depositato la sua ordinanza-sentenza, un documento di oltre tremila pagine con un centinaio di fogli di conclusione.
Secondo il giudice Priore l’aereo dell’Itavia fu la vittima di un duello aereo fra caccia militari alleati e mig libici.
A Bologna ottantuno persone salgono a bordo dell’aeroplano civile diretto a Palermo: sessantaquattro passeggeri adulti, undici ragazzi tra i dodici e i due anni, due bambini di età inferiore ai ventiquattro mesi e quattro uomini d’equipaggio. Il velivolo decolla alle 20.08 e sparisce dai tracciati radar alle 20.59, a causa di due missili.
Il giornalista Andrea Purgatori -padre dell’inchiesta sul muro di gomma- bersaglia le responsabilità stragiste. “Gli Usa hanno individuato i francesi come colpevoli della strage. In tutto questo c’è anche una nostra responsabilità, lo dice la Nato negli atti dell’inchiesta.
E’ certo ci sono le prove, che alcuni ufficiali dell’Aeronautica sapevano e trattavano con la Cia all’insaputa dello Stato maggiore”.
Oggi sono note cause, dinamica e scenario internazionale di matrice bellica. Mancano all’appello solo gli autori materiali della strage e i loro mandanti governativi dell’Alleanza atlantica.
Due magistrati, Erminio Amelio (sostituto procuratore) e Maria Monteleone (procuratore aggiunto) in servizio alla Procura della Repubblica di Roma, hanno
recentemente riaperto il caso giudiziario.
A quella battaglia hanno partecipato i seguenti Stati: Francia, Usa, Libia, Italia.
Shape, un organismo Nato, di stanza a Bruxelles ha registrato tutto.
Di recente, alcuni ex militari italiani hanno vuotato il sacco ai giudici capitolini.
“Perché questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l’omertà, l’occultamento delle prove? C’era la guerra quella notte del ventisette giugno del 1980: c’erano sessantanove adulti e dodici bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, o giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri, hanno inventato esercitazioni che non sono mai avvenute”.
Toni indignati di un testo, che il giornalista Andrea Purgatori da una cabina telefonica dettava alla redazione del suo giornale nell’ultima scena del film ‘ Il muro di gom ma ’.
Ma non è fiction.
Oltre una ventina le morti sospette Infarti, ‘suicidi’, omicidi, attentati, rapimenti e sparizioni, ma anche incidenti stradali e aerei. La strage di Ustica è costellata da una serie di morti misteriose di potenziali testimoni, depositari di rivelazioni esplosive. Sono oltre una ventina le persone decedute - in circostanze drammatiche - che avrebbero potuto fornire elementi utili per ricostruire ciò che avvenne la sera del ventisette giugno 1980 sul Mar Tirreno.
Ufficiosamente l’ultima vittima è Antonio Scarpa, generale dell’Aeronautica in pensione, deceduto il due dicembre 2010. Era stato trovato nella sua casa di Bari vecchia,
ferito alla testa. Dal ventisette settembre non aveva più ripreso conoscenza.
Prima ancora era toccato a Michele Landi, consulente informatico della Guardia di Finanza e del Sisde, nonché di alcune procure, trovato impiccato con le ginocchia sul divano la notte del quattro aprile 2002, nella sua casa di Montecelio di Guidonia. «Gli esami tossicologici effettuati dalla dr.ssa Costamagna» si legge nella richiesta di archiviazione del procedimento numero 2007/02 «evidenziavano una significativa concentrazione di alcool nel sangue cadaverico». Ben strano per un soggetto che decide di suicidarsi. L’allora colonnello delle Fiamme Gialle, Umberto Rapetto, l’otto aprile 2002 aveva dichiarato a verbale: «Non riesco assolutamente a spiegarmi i motivi di siffatto gesto. Landi ha sempre avuto un fare particolarmente gioioso ed equilibrato e costantemente
positivo. Non soffriva assolutamente di depressione». In quei giorni in un’interrogazione parlamentare l’Ulivo chiese: «Perché il ministro dell’Interno Scajola ritiene il suicidio l’unica ipotesi?».
Il caso è stato archiviato -con richiesta datata diciotto novembre 2004- dal procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Tivoli, Claudio D’Angelo, e dal sostituto, Salvatore Scalera. Landi aveva confidato agli amici di essere a conoscenza di novità compromettenti su Ustica.
Il magistrato Lorenzo Matassa, infatti, il 10 aprile 2002 aveva dichiarato agli inquirenti: «Michele Landi l’hanno suicidato i servizi segreti come storicamente
in Italia sanno fare. Mi aveva riferito di sapere molte cose su Ustica». Non impossibile, visto che Landi aveva lavorato  in passato sui sistemi di puntamento
missilistici ed era stato in contatto con la società Catrin, la stessa con cui collaborava Davide Cervia, il tecnico di guerra elettronica, misteriosamente scomparso il dodici settembre 1990. Scrive il giudice Rosario Priore, a pagina 4663 della sua sentenza-ordinanza: «Questa inchiesta come s’è caratterizzata per la massa di inquinamenti così si distingue per il numero delle morti violente attribuite per più versi  ad un qualche legame con essa, escludendo deduzioni di fantasia ed usando solo rigorosi parametri di fatto».
Il tragico elenco si apre il tre agosto 1980 con la morte del colonnello-pilota dell’Aeronautica militare Pierangelo Tedoldi, quarantuno anni, a seguito di incidente stradale sull’Aurelia e suo figlio David. Annota Priore:
«All’ufficiale era stato assegnato il comando dell’aeroporto di Grosseto (competente sul sito radar di Poggio Ballone, ndr) in successione al colonnello Tacchio Nicola». Non emerge alcun collegamento diretto con Ustica, «a meno di non supporre», ribadisce Priore «che in quell’aeroporto sussistessero ancora nell’agosto di quell’anno prove di una verità difforme da quella ufficiale; che quel colonnello ne fosse a venuto a conoscenza;
che comunque egli non fosse persona affidabile nel senso che avrebbe potuto denunciarle all’Autorità Giudiziaria o alla pubblica opinione». Quando i magistrati inquirenti chiesero nell’88 l’elenco del personale in servizio la sera del ventisette giugno 1980, si resero conto che erano stati omessi due nomi significativi: quelli del capitano Maurizio Gari e del maresciallo Alberto Maria Dettori, entrambi in servizio la tragica notte. Gari era il responsabile della sala radar del 21° Cram; Dettori aveva il compito invece di identificare i velivoli. Entrambi sono morti.
Maurizio Gari, trentuno anni, non affetto da cardiopatie, il nove maggio 1981 è stato comunque stroncato da un infarto. Dettori, invece, fu trovato impiccato ad un albero ventiquattro anni orsono. «Altra morte ’strana’» commenta il giudice istruttore Priore a proposito di Gari. Dalle scarne conversazioni telefoniche rintracciate «si denota un particolare interessamento dell’ufficiale per l’incidente del Dc9 Itavia», verga Priore.
«Certamente la sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità all’inchiesta, anche sulla base di quanto accertato attraverso l’interpretazione dei dati radaristici e le tante scoperte sulla sala operativa da lui comandata, in cui quella sera prestavano servizio di certo il maresciallo guidacaccia De Giuseppe, e con ogni probabilità il maresciallo Dettori». Negli atti giudiziari, alla voce ’decessi per i quali permangono indizi di collegamento con il disastro del Dc
9 e la caduta del Mig’ figura anche il ’suicidio’ per impiccagione del maresciallo AM, Mario Alberto Dettori ( trentanove anni). Il sottufficiale, infatti, fu trovato
impiccato ad un albero il 31 marzo ’87 alle ore 16, sul greto del fiume Ombrone, dal collega Michele Casella, nei pressi di Grosseto. Dettori nell’80 era controllore di Difesa Aerea -assegnato al turno Deltapresso il 21° Cram di Poggio Ballone.
Così argomenta il giudice istruttore Priore: «Se ha visto quello che mostravano gli schermi di quel Cram, che aveva visione privilegiata su tanta parte della rotta del Dc 9 e di quanto attorno ad esso s’è consumato, se ne ha compreso la portata, al punto tale da confessare a chi gli era più vicino che quella sera s’era sfiorata la guerra, ben si può comprendere quanto grave fosse il peso che su di lui incombeva. E quindi che, in uno stato di depressione, si sia impiccato. O anche - dal momento che egli stava diffondendo le sue cognizioni, reali o immaginarie, e non fosse più possibile frenarlo - che sia stato impiccato». Il ventisei novembre del 1990, la moglie Carla Pacifici, riferiva al giudice Priore che «non riusciva a spiegarsi il suicidio, in quanto suo marito aveva una gran voglia di vivere»;
così come «non riusciva a comprendere le ragioni per cui non era stata mai eseguita l’autopsia sul cadavere».
Il venticinque marzo 1982 viene assassinato il professor Aldo Semerari, collaboratore dei servizi segreti militari, a conoscenza di segreti devastanti sulla strage. Poco dopo, il primo aprile, muore, in circostanze nebulose, la sua assistente, Maria Fiorella Carrara.
Anche la morte del sindaco di Grosseto -in carica nel 1980- Giovanni Battista Finetti, il ventitre gennaio 1983, rientra nella lista degli scomparsi. Il sindaco grossetano perde la vita in un incidente stradale sulla statale Scansanese nel comune di Istia d’Ombrone. Finetti aveva raccolto le confidenze di alcuni ufficiali dell’arma azzurra, secondo cui due caccia italiani si erano levati in volo dalla base della città toscana per inseguire e abbattere un Mig libico.
Il ventotto agosto 1988, a Ramstein (Germania) durante un’esibizione aerea delle Frecce Tricolori, ufficialmente a causa di “un errore di manovra” muoiono due veterani: i colonnelli Mario Naldini, di quarantuno anni (4350 ore di volo) e Ivo Nutarelli, di trentotto anni (4250 ore di volo). "Una tragica fatalità" per l’allora capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Franco Pisano.
"Per quell’esercizio, il cardioide, le probabilità di collisione sono praticamente pari a zero" spiegò subito Diego Raineri, a quel tempo comandante della pattuglia acrobatica.
Perfetti gli uomini, perfette le macchine, perfetto l’addestramento, calcolati i rischi: perché dunque è avvenuta la tragedia che ha mietuto, cinquantanove morti e trecentosessantotto feriti? I giornali Tageszeitung e Der Spiegel hanno ipotizzato un sabotaggio dei velivoli Aermacchi Mb 339, legato al precedente
di Ustica. In effetti, Naldini e Nutarelli erano decollati la sera del ventisette giugno ’80 da Grosseto a bordo di un F 104. Il loro caccia intercettore si alzò in volo alle 19,30 e tornò alla base alle 20,50, dieci minuti prima che il Dc 9 precipitasse. Che abbiano notato qualcosa che non dovevano vedere? «Di certo i due erano a conoscenza, come s’è dimostrato, di molteplici circostanze attinenti al Dc 9 e a quei velivoli che volavano in prossimità di esso» documenta Priore. L’imprenditore Andrea Toscani, interrogato dal giudice Priore ha rivelato le confessioni di Naldini. «Mario mi disse»: “Quella notte c’erano tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati quando ci dissero di rientrare”. Un’altra coincidenza: Nutarelli e Naldini sono morti esattamente una settimana prima di essere interrogati dai magistrati.
Sette anni prima, il due settembre 1981 a Rivolto (Udine), durante un’esercitazione moriva il colonnello Antonio Gallus, amico e collega degli ufficiali Naldini e Nutarelli.
Si accingeva a fare importanti rivelazioni su Ustica.
Il venti marzo 1987, alle ore 19 viene assassinato a Roma con «dieci proiettili calibro 38 perforanti», attesta il rapporto della Polizia scientifica, il generale di squadra aerea Licio Giorgieri. Alle 19,40 giunge la rivendicazione dell’omicidio: «Il generale Licio Giorgieri era stato ucciso esclusivamente per le responsabilità da lui esercitate in seguito all’adesione italiana al progetto delle guerre stellari». Così si esprimevano i sedicenti terroristi dell’Unione combattenti comunisti. Il movente affidato al volantino venne però demolito pubblicamente da Giovanni Spadolini: «Giorgieri non aveva nessun rapporto diretto con l’iniziativa di difesa strategica. Il generale Giorgieri non apparteneva neanche al Comitato tecnico di controllo su tale impresa». Gli esperti di terrorismo lo definirono «un attentato anomalo».
In realtà, all’epoca di Ustica, il generale triestino faceva parte dei vertici del Rai, il Registro aeronautico italiano, responsabile del quale era il generale Saverio Rana, «morto per infarto». Dell’omicidio Giorgeri si era occupato anche il giudice Santacroce (predecessore di Priore). Lo stesso Rana  -che aveva ricevuto dall’amico Giorgieri tre fotocopie di tracciati radar- subito dopo la strage riferì al ministro Formica la presenza di un caccia vicino al Dc 9.
Il dodici agosto 88 muore il maresciallo del Sios Ugo Zammarelli. Mentre passeggiava con un’amica sul lungomare di Gizzeria Marina, viene investito da una moto.
Non viene effettuata alcuna autopsia. I suoi bagagli spariscono dall’albergo. Zammarelli in forza alla base Nato di Decimomannu, in Sardegna, non era in Calabria in vacanza, ma stava conducendo un’inchiesta sul Mig libico.
Ancora una morte violenta: un altro maresciallo AM, Antonio Muzio, viene freddato con tre colpi di pistola al ventre, il primo febbraio ’91, a Pizzo Calabro. Nel 1980 era in servizio alla torre di controllo dell’aeroporto di Lamezia Terme. Secondo Priore «il sottufficiale potrebbe essere venuto a conoscenza di fatti attinenti alla vicenda del Mig, di mene del capitano Inzolia e del maresciallo Molfa». Questi due carabinieri alla fine di giugno dell’80 cercavano un aereo militare sulla Sila.
Il due febbraio 1992, altra morte strana, quella del maresciallo AM, Antonio Pagliara.
Rimase vittima dell’immancabile incidente stradale. Nell’80 era in servizio con funzioni di controllore di Difesa Aerea al 32° Cram di Otranto. Anche lui era in procinto di vuotare il sacco.
Sempre il due febbraio ’92, muore l’ex colonnello Sandro Marcucci, ufficialmente «a seguito di incidente aereo in un servizio di antincendio». Marcucci, quarantasette anni, pilota esperto, si schianta inspiegabilmente sulle Alpi Apuane col suo Piper. Nel 1980 era in servizio quale ufficiale pilota presso la 46ª Aerobrigata di Pisa. Soltanto cinque giorni prima Il Tirreno aveva pubblicato una sua intervista in cui aveva duramente attaccato il generale Zeno Tascio, comandante dell’aeroporto di Pisa dal ’76 al ’79.
Il dodici gennaio 1993, è il turno di un personaggio scomodo. A Bruxelles viene assassinato a coltellate l’ex generale Roberto Boemio (cinquantotto anni). Il consulente dell’Alenia presso la Nato era un testimone chiave. Nel ’91, con buon anticipo aveva abbandonato l’Aeronautica. Le modalità dell’omicidio coinvolgono, secondo la magistratura belga -che non ha ancora risolto il caso- i «servizi segreti internazionali». «Gli aggressori si sono allontanati a bordo di una Ford Escort bianca, poi risultata rubata e alla quale era stata sostituita la targa» secondo la ricostruzione del giudice Guy Laffineur.
E’ stata tale circostanza a far pensare a un’azione ben preparata. Il delitto di Boemio rimane ancora un mistero. L’unica certezza è che l’alto ufficiale in pensione aveva cominciato a collaborare con la magistratura inquirente. Non a caso, il suo nome compare tra i riscontri di innumerevoli contestazioni
processuali fatte ai generali Bartolucci, Tascio, Ferri, Melillo. Proprio da Boemio, all’epoca della strage comandante della III Regione Aerea, dipendevano direttamente il Terzo Roc di Martinafranca (nome in codice ’Imaz’: cuore del sistema Nadge, di controllo Usa) con le basi radaristiche di Marsala e Licola, coinvolte nell’allarme per la presenza di caccia non identificati nel cielo di Ustica e di una portaerei in navigazione nel Tirreno al momento dell’esplosione del Dc 9. Boemio s’era anche occupato del Mig 23 libico fatto ritrovare sulla Sila proprio il diciotto luglio ’80. Conclude il giudice Priore:
«Sicuramente altra sua testimonianza inerente gli incidenti aerei in disamina, a seguito delle risultanze istruttorie emerse dopo le sue prime dichiarazioni, sarebbe risultata di grande utilità». Il generale Boemio conosceva i retroscena e poteva fornire elementi di prima mano.
La tragica litania di morti sospette non si arresta. Infatti, il due novembre ’94 tocca a Giampaolo Totaro, quarantatre anni, ex ufficiale medico dell’Aeronautica Militare, dal 1976 all’84 in servizio presso la base delle Frecce Tricolori a Rivolto. Totaro è stato trovato impiccato accanto alla porta del bagno della sua abitazione. Ancora coincidenze.
Innanzitutto gli anni trascorsi accanto agli amici Naldini, Nutarelli e Gallus. E poi la pubblicazione il trentuno ottobre, prima del “suicidio” di varie rivelazioni che collegano Ustica alle Frecce e a Ramstein. Registra il referto giudiziario: «Le modalità dell’atto - la corda era attaccata a una sbarra poco più di un metro di altezza - hanno indotto a qualche sospetto sulla realtà di un’azione suicidaria».
Altro emblematico decesso. Il maresciallo AM, Franco Parisi, 46 anni, fu trovato anche lui impiccato il ventuno dicembre ’95, ad un albero alla periferia di Lecce. Nell’80 era controllore di Difesa Aerea nella sala operativa del 32° Cram di Otranto. Era di turno la mattina del diciotto luglio ’80, quando sarebbe avvenuto il fantomatico incidente del Mig. Dichiara nell’ordinanza-sentenza il giudice Priore: «Erano emerse al tempo del suo primo esame testimoniale, nel
settembre ’95, palesi contraddizioni nelle sue dichiarazioni, così come s’erano verificati incresciosi episodi con ogni probabilità di minacce nei suoi confronti». Citato a comparire una seconda volta, il dieci gennaio ’96, Parisi muore qualche giorno dopo aver ricevuto la convocazione giudiziaria. Nel novembre ’97 il Gip Vincenzo Scardia, aveva ordinato la riapertura del caso, che era stato archiviato in tutta fretta dal pm Nicola D’Amato, come ’suicidio’. I familiari hanno sempre sollevato il sospetto che Franco Parisi ’sia stato suicidato’. Il maresciallo fu bastonato?
Fatto sta che i medici legali gli riscontrarono un ematoma all’altezza della nuca, opportunamente fotografato dagli investigatori Digos di Lecce subito dopo il
ritrovamento del cadavere. Tra gli aspetti oscuri dell’impiccagione, la compatibilità della lunghezza della corda trovata legata all’albero con la distanza dal suolo e la stessa altezza della vittima. Ma anche il rilasciamento dei muscoli del collo al quale era stretta la fune - è stato tale allorché il corpo del Parisi è stato lasciato penzolare nel vuoto - da far trovare il cadavere con i piedi poggiati per terra. Ci sono foto della polizia giudiziaria che lo confermano.
«Come ben si vede analogie forti con il caso Dettori - argomenta il giudice Priore -. Entrambi marescialli controllori di sala operativa in un centro radar. Entrambi in servizio dinanzi al PPI, con funzioni delicatissime, rispettivamente la notte del ventisette giugno e il mattino del diciotto luglio. Venuti a conoscenza di fatti diversi dalle ricostruzioni ufficiali, rivelano la loro conoscenza in ambiti strettissimi, ma non al punto tale da non essere percepita da
ambienti che li stringono od osteggiano anche in maniera pesante. E così ne restano soffocati».
Chi uccide i testimoni scomodi? Il ventisei dicembre ’95, i sedicenti ’Nuclei per l’eliminazione fisica dei militari corrotti di Ustica’, depositano a Bologna, in via Saragozza, due bottiglie molotov sul pianerottolo del maresciallo AM, Giuseppe Caragliano, mai comparso nell’inchiesta sulla strage di Ustica, nell’80 in servizio al centro telecomunicazioni dello Stato Maggiore dell’arma azzurra. Un attentato annunciato da una serie di telefonate minatorie nell’abitazione
del militare e alla questura di Bologna: “Andate in via Saragozza e fate sgomberare il palazzo dell’avvocato Leone, perché vogliamo far saltare in aria il maresciallo Caragliano”.
Chi, se non gli apparati militari, potevano collegare Caragliano a Ustica, dal momento che tale legame non era mai stato ipotizzato neppure dagli inquirenti?

E ancora: è soltanto un caso che l’attentato di Bologna arrivi a soli cinque giorni dalla notizia del “suicidio” del maresciallo Parisi? Che le minacce cominciano quando è nota ai soli investigatori la circostanza del ritrovamento nell’abitazione dell’ex generale dei carabinieri, al servizio del Sismi, Demetrio Cogliandro dell’archivio su Ustica?
Conclude Priore nella sua sentenzaordinanza: «Nei casi che restano si dovrà approfondire, giacchè appare sufficientemente certo che coloro che sono
morti erano a conoscenza di qualcosa che non è stato mai ufficialmente rivelato e da questo peso sono rimasti schiacciati».
Missili
Il ventidue maggio 1988 il sommergibile Nautile esplora il Tirreno alla ricerca del Dc9. Alle 11,58 le telecamere inquadrano una forma particolare. Uno dei due operatori dell’Ifremer scandisce in francese la parola “misil”. Alle 13,53 s’intravede un’altra classica forma di missile. Le ricerche della società di Tolone vengono sospese tre giorni dopo. L’ingegner Jean Roux, dirigente della sezione recuperi dell’Ifremer, subisce uno stop inspiegabile dall’ingegner Massimo
Blasi, capo della commissione dei periti del Tribunale di Roma. I due missili non vengono raccolti neppure durante la seconda operazione di recupero affidata a una società inglese.
Trascorrono tre anni prima che i periti di parte abbiano la possibilità di visionare i nastri dell’operazione Ifremer. Secondo un primo tentativo di identificazione si tratta di un “Matra R 530 di fabbricazione francese” e di uno “Shafir israeliano”. I dati tecnici parlano chiaro. Quel Matra è “lungo 3,28 metri, ha un diametro di 26 centimetri con ingombro alare di 110, pesa 110 chilogrammi: è munito di una testata a frammentazione e può colpire il bersaglio a 3 km di distanza con la guida a raggi infrarossi e a 15 km con la guida radar semiattiva”. L’altro missile è “lungo 2,5 metri, 16 centimetri di diametro e 52 di apertura alare, pesa 93 kg e ha una gittata di 5 km”. Entrambi gli ordigni sono usati dai caccia dei Paesi occidentali e mediorientali. Uno di quei missili -ancora in fondo al mare, a 3600 metri di profondità- è stato lanciato contro il Dc9. Le ultime scoperte dei periti di parte civile hanno confermato senza ombra di dubbio che il Dc 9 è stato abbattuto da un missile. La prova è costituita da trentuno sferule d’acciaio (diametro 3 millimetri) trovate in un foro vicino all’attacco del flap con la fusoliera. La loro presenza può essere spiegata con l’esplosione vicino alla parte anteriore dell’aereo della testa a frammentazione di un missile.
Le cinquemilaseicento ( 5600 ) pagine di requisitoria del giudice Priore parlano di un'operazione militare condotta da Paesi alleati -americani, francesi, inglesi e libicidella quale gli italiani sono stati testimoni diretti. Nei tracciati radar si vede addirittura un elicottero decollato dal mare, presumibilmente da una portaerei, giungere nella zona del disastro prima che arrivassero, con deliberato ritardo, i soccorsi. Cosa si è voluto insabbiare con tanto accanimento? Un’operazione militare per abbattere il Tupolev di Gheddafi in volo verso Varsavia?
"E’ una questione di dignità nazionale" argomenta Daria Bonfietti, "ma il governo Berlusconi cosa fa? Fa la riforma dei servizi segreti, per dare maggiore libertà agli uomini dell’Intelligence, per consentirgli di fare quello che vogliono. Un’altra Ustica può ripetersi in qualsiasi momento, come attesta la vicenda del Tornado italiano esploso il 7 aprile scorso tra le abitazioni di Gioia del Colle".

Memoria

 Assolti ben quattro generali dell’Aeronautica imputati con l’accusa di «attentato contro gli organi costituzionali» e che all’epoca rappresentavano il massimo vertice dell’arma azzurra: Lamberto Bartolucci, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica.
Zeno Tascio, all’epoca dei fatti, responsabile del servizio informazioni operative segrete (Sios). Corrado Melillo, ex capo del terzo reparto della Stato Maggiore Aeronautica e poi sottocapo di Stato Maggiore della Difesa. Una carica che nel 1980 ricopriva l’altro generale imputato, Franco Ferri. I quattro alti ufficiali, secondo l’accusa, «hanno omesso di riferire alle autorità politiche e giudiziarie, informazioni riguardo la possibile presenza d'altri aerei di varie nazionalità (statunitensi, francesi, inglesi) e di una portaerei di nazionalità non accertabile con sicurezza» sulla rotta del Dc 9 Itavia la sera del disastro; hanno taciuto notizie riguardanti «l’ipotesi di un’esplosione coinvolgente il velivolo ed i risultati dell’analisi dei tracciati radar di Fiumicino-Ciampino e l’emergenza di circostanze di fatto non conciliabili con la caduta del Mig libico sulla Sila la mattina del 18 luglio 1980». Hanno inoltre fornito «informazioni errate» al fine di «impedire che potessero emergere responsabilità dell’Aeronautica Militare o di forze armate di Paesi alleati».
Altri imputati erano i cosiddetti “007”, fra i quali: Francesco Pugliese, poi diventato generale, già capo di Civilavia; l’ex vicecapo del Sismi Nicola Fiorito De Falco; Umberto Alloro, Claudio Masci, l’ex responsabile della sezione controspionaggio del Sismi Pasquale Notarnicola e Bruno Bomprezzi.
E’ intervenuta la prescrizione dei reati e la dichiarazione di non luogo a procedereper un’altra sessantina d'altri ufficiali e sottufficiali italiani.
"I quattro generali accusati in base all’articolo 289 del codice penale", tuona l’ex senatrice Bonfietti, presidente dell’Associazione Familiari delle vittime di Ustica, "erano accusati di aver violato il loro dovere
di fedeltà allo Stato, occultando le prove di un crimine in nome di un’altra fedeltà ai loro occhi più grande e assoluta". In altri termini, i militari avrebbero sistematicamente depistato le indagini e insabbiato le prove innalzando quello che è passato alla storia come ’Il muro di gomma’ reso ancora più inquietante dalla lunga catena di morti sospette tra i testimoni chiave.