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Atti indelebili

Commissione antimafia 1976

una relazione che fa Memoria e ignorata

Libri

Pio La Torre

PIO LA TORRE: UN POPOLO IN MARCIA


di Adriana Laudani 

pubblicato su Casablanca n. 24


Era un uomo forte e ostinato, mosso da passioni e convinzioni profonde. Un miscuglio di dinamismo, entusiasmo ed energia inesauribile. Infaticabile. Aveva chiesto al partito nazionale di ritornare in Sicilia con un ruolo di massima responsabilità. Creò un movimento di massa capace di fare “marciare” insieme cattolici e comunisti, giovani e vecchi. Un popolo in marcia e finalmente protagonista del suo destino. Un milione di firme contro la base missilistica e la militarizzazione della Sicilia. La campagna contro l’agio e i privilegi degli esattori Salvo e Cambria, i cavalieri del lavoro Costanzo, Rendo e Graci e dei capi mafia Greco. Il sistema di potere politico-affaristico-mafioso. L’impegno per una legge che configurasse il reato di associazione mafiosa e nello stesso tempo colpisse gli immensi patrimoni illegalmente accumulati: La Legge La Torre che sarà convalidata dopo la sua morte. 

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In questi giorni si sono moltiplicate le iniziative di “commemorazione” di Pio La Torre, segretario del P.C.I. siciliano, ucciso il 30 aprile del 1982, solo ventisei giorni dopo la straordinaria manifestazione di Comiso contro l’installazione dei missili Cruise, per la cui riuscita aveva lavorato giorno e notte, senza tregua. Una manifestazione di popolo, pacifica e al tempo stesso combattiva, animata da migliaia di donne e giovani, operai e intellettuali, venuti da ogni parte della Sicilia e dell’Italia per contrastare una scelta che avrebbe trasformato l’Isola, come Lui ripeteva “ossessivamente”, in un’aria militarizzata, sottratta allo sviluppo, aperta ai traffici di armi e droga, porto franco per la mafia e i suoi affari.
Aveva chiesto al partito nazionale di ritornare in Sicilia con un ruolo di massima responsabilità. Urgeva dentro di lui il senso di una personale “missione” da compiere: mettere a servizio della sua terra l’esperienza e le conoscenze accumulate in tanti anni di lavoro nel sindacato, nel partito e nel Parlamento; promuovere e dirigere un processo politico e un movimento di massa in grado di liberare la Sicilia dalle ipoteche mortali rappresentate dalla mafia e dalla presenza della base missilistica di Comiso. Enrico Berlinguer, stravolto davanti al corpo inerme e martoriato di Pio, volle ricordarlo così, non tacendo le incomprensioni e i “sospetti” che pure qualcuno aveva avanzato di fronte alla sua ostinata richiesta di dirigere il partito siciliano in una fase che egli riteneva decisiva per il futuro dei siciliani.
Sì, perché era un uomo forte e ostinato, mosso da passioni e convinzioni profonde, dalle quali traeva una energia inesauribile e davvero non comune; che gli consentivano di porre a sé e a tutto il movimento obiettivi politici che altri avrebbero considerato impossibili o addirittura improponibili. Così l’ho conosciuto, appena designato Segretario del Partito siciliano, quando mi chiese di fare parte della sua segreteria, nell’autunno del 1981, ancor prima del Congresso regionale che lo avrebbe formalmente eletto nel gennaio dell’ottantadue.


UN POPOLO IN MARCIA

Bisognava partire subito, diceva, non si poteva perdere un giorno. Le scelte adottate (“cinicamente”) dal Governo nazionale e dal Ministro alla Difesa ai danni della Sicilia erano già operative. La posta in gioco era tale da non consentire a nessuno di ritenere che bastasse una forte opposizione parlamentare per mutare gli orientamenti  definiti e gli equilibri politici raggiunti a livello nazionale ed internazionale. Era necessario organizzare un movimento di massa capace di fare “marciare” insieme cattolici e comunisti, giovani e vecchi e di dare voce a un popolo finalmente protagonista del suo destino. La raccolta di un milione di firme sulla petizione contro la base missilistica e la militarizzazione della Sicilia, la formazione dei comitati unitari che in ogni Comune e in ogni Provincia mettessero in piedi iniziative tese a coinvolgere tutte le componenti sane della società civile avevano questo significato. Ogni mattina di buon’ora, dalla sua stanza in Corso Calatafimi, suonava la sveglia telefonica ai segretari di federazione, delle camere del lavoro, delle organizzazioni di massa vicine al partito, chiedendo del numero delle firme raccolte sulla petizione, delle assemblee di quartiere organizzate, dei consigli comunali chiamati a pronunziarsi, delle iniziative avviate. Lotta per la pace e contro la mafia divennero un binomio inscindibile, destinato a segnare quel passaggio della vita regionale che vide Pio La Torre protagonista.

Così, mentre si raccoglievano le firme in calce alla petizione contro i missili, attraverso centinaia di assemblee e riunioni, si preparava la manifestazione di Comiso. S’interveniva in modo assai deciso sulla politica regionale, bloccando la legge che avrebbe aumentato a dismisura l’agio degli esattori (i Salvo, i Cambria), contrastando i metodi di assegnazione dei contributi regionali in agricoltura a favore di alcuni Cavalieri del Lavoro  (Costanzo, Rendo e Graci) e di alcuni capi mafia (i Greco), denunziando il sistema di aggiudicazione degli appalti (l’affare delle dighe, ecc.). Ma neanche questo era sufficiente per fronteggiare gli attacchi che la mafia e il suo sistema di potere portavano ogni giorno al cuore della convivenza civile. Da qui l’impegno spasmodico del parlamentare Pio La Torre per giungere in tempi brevi all’approvazione di una legge che configurasse il reato di associazione mafiosa e nello stesso tempo colpisse gli immensi patrimoni illegalmente accumulati e li restituisse alla comunità; dotasse lo Stato di strutture investigative e giudiziarie in grado di contrastare un fenomeno criminale per troppo tempo tacitamente accettato e/o tollerato. Una legge a lungo osteggiata e ritardata, che il Parlamento avrebbe approvato solo dopo l’assassinio del Generale Dalla Chiesa nel settembre di quel terribile 1982 e che tutti noi ricordiamo come “la legge La Torre”.  
Ebbe in mente ed attuò una strategia complessa, in grado di unire inediti protagonismi individuali e collettivi, di mobilitare forze sociali e politiche di appartenenze diverse, di investire contemporaneamente le principali sedi istituzionali e il corpo della società civile. Anche gli obiettivi che una simile strategia poneva al centro erano molteplici e tali da coinvolgere, allo stesso tempo, ragioni ideali e concreti interessi: la pace, la liberazione dall’oppressione e dalla violenza mafiosa, quali condizioni essenziali per aprire alla Sicilia nuove prospettive di sviluppo e di lavoro, in una terra già allora afflitta da un tasso di disoccupazione assai preoccupante. Un orizzonte di progresso e di benessere attorno al quale motivare e mobilitare tanto le forze del mondo del lavoro che gli imprenditori sani.  


POLITICA-AFFARI-MAFIA: il suo pallino

Alla base della sua visone della lotta sociale e politica, che quel tempo storico richiedeva, vi era una idea molto precisa delle forze e degli interessi da contrastare e da battere. Basti ricordare che Pio La Torre non parlò mai di lotta alla mafia, ma di lotta al sistema di potere politico-affaristico-mafioso; definendo i “delitti eccellenti”, che in quegli anni segnavano di sangue la Sicilia, quali delitti di terrorismo politico-mafioso. E’ utile, per meglio comprendere questo decisivo aspetto della sua personalità politica, rileggere l’intervento che svolse alla Camera dei Deputati subito dopo l’omicidio del Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella: “Noi non dobbiamo dimenticare la storia della Sicilia e dei legami internazionali della mafia siciliana che la vicenda Sindona ha riproposto in maniera drammatica. Siamo di fronte ad imperi finanziari, anche fuori della Sicilia, controllati da gruppi mafiosi che operano in Sicilia o da famiglie siculo-americane, non solo nel traffico di stupefacenti o in altri traffici illeciti. E’ noto che il gruppo che fa capo all’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino …. Siamo in presenza di nessi che bisogna saper cogliere.” Ma ancora prima, in occasione dell’omicidio del giudice Cesare Terranova, aveva introdotto una precisa distinzione tra “mafia e sistema di potere mafioso” che è quello composto da “uomini politici e uomini che sono in posizione chiave nel potere in Sicilia”.
Era dotato di uno sguardo profondo e impegnato che gli consentiva di cogliere le ragioni non solo dei singoli delitti eccellenti, ma delle comuni ragioni e dei terribili interessi che li avevano provocati.  Una visione che ieri come oggi sembra sfuggire ai più, dedicati a coltivare analisi del fenomeno mafioso assai più comode e riduttive, ma fallimentari nella prospettiva di una seria azione di contrasto.
In questa direzione è inevitabile ricordare la propaganda che anche gli ultimi Ministri dell’Interno ci hanno propinato, definendo gli arresti di noti latitanti quali azioni decisive per la vittoria dello Stato sull’organizzazione mafiosa, nel mentre si consentiva che la mafia si aggiudicasse le concessioni nazionali dei giochi e delle scommesse, ovvero che partecipasse attraverso proprie imprese a numerosi lavori per la realizzazione di opere e servizi pubblici.
Pio La Torre la pensava diversamente e coerentemente agiva: connettere in modo indissolubile la lotta contro la mafia e ogni forma di illegalità a quella contro l’installazione dei missili  a Comiso era indispensabile per aggredire il cuore di quel grumo di interessi  politici, affaristici e mafiosi che ieri come oggi condizionano la vita economica, sociale e democratica della Sicilia e del Paese. Un sistema illegale e criminale, diceva, può essere contrastato solo da un sistema legale che sa mettere insieme e coordinare le azioni di contrasto mosse dalle istituzioni e dalla società.
A noi resta il doveroso riconoscimento della sua straordinaria intelligenza politica che gli consentì, sin dal tempo della prima Commissione parlamentare antimafia, - della quale fu insieme al giudice Terranova protagonista e relatore di minoranza - di analizzare e comprendere il sistema politico-mafioso e le sue azioni terroristiche e criminali; e naturalmente, il riconoscimento di una coerenza e di un coraggio davvero rari in una terra da sempre dedita al trasformismo.
Ma anche questo non può e non deve bastarci. Rileggere le parole e le azioni di Pio serve, infatti, non solo ad illuminare e a rendere comprensibile il decennio delle stragi di mafia che sta alle nostre spalle, ma a meglio leggere il presente e ad orientare le scelte che ci attendono. Forse anche questa  nuova consapevolezza ha motivato le straordinarie attenzioni che si sono concentrate in occasione del recente trentesimo anniversario della sua morte violenta. I numerosi libri pubblicati, le interessanti trasmissioni televisive realizzate, i dibattiti e le iniziative da più parti promosse, la presenza a Portella delle Ginestre del Segretario Bersani, sembrano avere questo segno positivo. A ciò hanno forse contribuito le recenti “rivelazioni” riguardanti le trattative tra Stato e mafia intervenute attorno agli anni ’90, prima e dopo le stragi che hanno visto l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino, che tanto scalpore hanno suscitato nell’opinione pubblica nazionale.


PATTI E TRATTATIVE? NO GRAZIE


Chi nel corso di questi trenta anni ha preso parte alla battaglia contro la mafia sa da sempre, come Pio ci ricordava a volte gridandolo, che la mafia vive di tali accordi, patti e trattative, attraverso cui costruisce e alimenta quel sistema di potere che gli consente di associare a sé e ai suoi interessi pezzi di Stato, di imprenditoria, di politica, di amministrazione e di informazione.
Chi come me ha vissuto e vive a Catania non può non ricordare che in quegli stessi anni di tutto questo e non di altro scriveva Pippo Fava su “I Siciliani”, operando una azione di autentico disvelamento e di coraggiosa rottura di quel “silenzio stampa” da sempre imposto e praticato in Sicilia. Oggi sappiamo con certezza, anche giudiziaria, che il 5 gennaio del 1984 Pippo Fava fu ucciso dal medesimo sistema di potere politico-mafioso, e che il movente di quel delitto è iscritto nelle stesse ragioni che hanno condotto alla morte Mattarella, Chinnici, Dalla Chiesa e La Torre. 
Vale, infine, porsi e porre alcune domande: può l’Italia tollerare che i veri mandanti delle stragi e dei delitti eccellenti restino per sempre innominati e impuniti? E il sistema economico accettare, oltre l’imposizione del pizzo, la compenetrazione delle imprese e dei capitali mafiosi nel sistema imprenditoriale del Nord, del Centro e del Sud?  Può la Sicilia sperare in un futuro diverso e intraprendere il cammino del cambiamento senza fare i conti con l’attuale sistema di potere politico-mafioso e con i suoi protagonisti? L’alternativa politica e amministrativa a tale sistema quali azioni di rottura e di discontinuità richiede?
Per dirla con Pio, dalla capacità di risposta a queste domande dipende la qualità della stessa democrazia per il presente e per il futuro. Del passato conosciamo i prezzi pagati, in termini di arretratezza civile ed economica delle nostre comunità, di opportunità bruciate per le giovani generazioni. 
Per queste ragioni il suo ricordo alimenta in noi, insieme al rimpianto per averlo perduto, la ferma volontà di non rassegnarci  e tantomeno di arrenderci.