Mauro Rostagno

Udienza del 9 marzo

Processo per il delitto Rostagno, l'avvio della terza udienza in Corte di Assise

Trapani, 9 marzo 2011. Ore, 10.06 la Corte di Assise è entrata in aula. Comincia la terza  udienza del processo per il delitto di Mauro Rostagno. In aula c’è Maddalena Rostagno, la figlia di Mauro. E’ costituita parte civile, toccherà a lei per prima salire sul pretorio, a raccontare quei giorni del 1988 a Trapani, quando le uccisero il padre. E’ con l’avvocato Carmelo Miceli, sostituto processuale diell’avv. Fausto Maria Amato, nuovo avvocato di parte civile per Maddalena e Chicca Roveri. In aula c’è anche il generale dei carabinieri Nazareno Montanti, comandava il nucleo operativo dell’Arma in quel 1988 quando Mauro Rostagno fu ucciso. Anche lui sarà sentito. Poi dovrebbe esserci un sottufficiale ex componente del nucleo operativo dei carabinieri, il maresciallo Beniamino Cannas. L’atmosfera sembra distesa, ma nell’aria pesa la pubblicazione (ne circola una sola copia in aula) de “I quaderni de l’Ora” dove in un dossier dedicato al delitto Rostagno si parla dell’indagine, quasi mettendo in ombra l’ipotesi mafiosa oggi a dibattimento. Non è stato fatto un buon lavoro, c’è un errore madornale quando si legge che al contrario di Peppino Impastato che si trovò a cento passi dal boss mafioso Badalamenti, per Rostagno non era così. E invece è provato che Rostagno era in mezzo ai lupi e i lupi lo hanno azzannato. L’editore della tv dove lavorava, Rtc, il defunto Puccio Bulgarella, era uno di quelli che da Trapani da imprenditore aveva la libertà e la possibilità di incontrare i capi mafia e gli intermediari dei boss palermitani, come Angelo Siino, l’allora cosidetto “ministro dei lavori pubblici” del capo dei capi Totò Riina. E allora forse i passi che dividevano Rostagno dalla mafia erano molto meno. La pista mafiosa non piace, è provata da indagini lunghe e laboriose, dalle parole dei pentiti. Interessante sarà oggi sentire i carabinieri che in un primo rapporto smentendo le indagini della Polizia all’inizio condotte dall’allora capo della Squadra Mobile Rino Germanà, trattarono quasi con atteggiamento dispregiativo la pista mafosa. E per 22 anni si andò avanti escludento la matrice mafiosa, ma non trovano altre ipotesi concrete. C’è attesa in aula soprattutto per quando Maddalena salirà sul pretorio, aveva 15 anni quando le uccisero il padre. In questi giorni c’è chi le ha chiesto 24 ore per preparare un nuovo dossier sulla morte di Mauro Rostagno, a lei non le dettero neppure un millesimo di secondo per potere salvare la vita al padre.

Mauro in aula

La voce di Mauro Rostagno nell'aula della Corte di Assise. Un suo editoriale sul traffico e lo spaccio di droga a Trapani ma i politici dice si interessano ad altro. Poi le immagini di quella Duna sforacchiata dei colpi sparati dai killer. Vito Mazzara, l'imputato accusato di avere ucciso Rostagno sembra guardare da un'altra parte ma dovunque volge lo sguardo trova gli schermi che riproducono le immagini sistemati nell'aula bunker "Giovanni Falcone" del Palazzo di Giustizia. Continua a parlare Mauro, Trapani quarta in Sicilia nella classifica dei morti ammazzati, era il 1988, tra qualche giorno sarebbe toccato anche a lui. L'ultima immagine è il sedile della Fiat Duna dove era seduto Rostagno quando lo uccisero. Una macchia di sangue, poi il filmato viene stoppato. Adesso tocca a Maddalena

L'urlo di Chicca

....a piedi stavo raggiungendo il luogo dove mio padre mi avevano detto aveva avuto un incidente, a 500 metri dalla comunità, per strada mi hanno fermato, pochi attimi ho sentito la sirena dell'ambulanza e l'urlo di mia madre Chicca......

Quelle mani di Chicca sporche di sangue

.....vidi Monica Serra (era in auto con Rostagno al momento del delitto ndr) abbracciata, mi disse lei che c'era stato un incidente, sapevo che lei tornava a Saman con Mauro....Non ho ricordo che lei fosse sporca di sangue mia madre si quando tornò verso la comunità e mi abbracciò aveva le mani sporche di sangue. Di solito eravamo vestiti di bianco, non ho un ricordo che Monica fosse sporca di sangue....Non le ho mai chiesto nulla di quegli istanti non ne ho mai sentito il bisogno perchè ho sempre considerato come vera la versione che lei ha raccontato.... (Monica disse che Rostagno fermò l'auto e quando si udirono i colpi la fece abbassare sotto al cruscotto dell'auto ndr)

La difesa di Lotta Continua

....ricordo quando mio padre ricevette la comunicazione giudiziaria per le confessioni di Leonardo Marino sul delitto Calabresi.....mio padre disse anche in tv che lui e lotta continua non c'entrava nulla con quel delitto. Mauro mi chiamò mi disse che voleva essere sentito al più presto per testimoniare questa estranietà....

Le parole del "guru" Cardella

....sostanzialmente falso, inopportuno, indelicato....così mio padre fu invitato da Cardella a lasciare il Gabbiano dentro la Comunità per una intervista che mio padre aveva fatto a King, intervistato da Claudio Fava, una bellissima intervista......Non aveva citato Cardella e Cardella lo accusò in questa maniera... 

Le parole degli investigatori della Polizia il giorno in cui le indagini sul delitto Rostagno
furono presentate come risolte

.....C’è poi quella sorta di pacificazione tra gli organi dello Stato e chi nella metà degli anni ’60 quello Stato combatteva. Lotta Continua era il movimento dove Rostagno aveva scelto di stare con altri, in quegli anni l’omicidio del commissario Luigi Calabresi a Milano fu una conseguenza di quella tensione, così come la vicenda, successiva della morte dell’anarchico Pinelli. Come al Quirinale l’incontro tra le vedove di questi due uomini ha rappresentato la volontà di ristabilire una serie di verità, il lavoro condotto dalla Polizia e dagli specialisti del laboratorio della Scientifica di Palermo, eredi del commissario Calabresi, rivolto a far luce sul delitto Rostagno, riannoda le fila, tra la Polizia e quel Rostagno di Lotta Continua.....

Maddalena, ecco chi era mio padre

...Mauro Rostagno era il terapeuta della famiglia, della comunità, del giornalismo....lo vedevo in tv, nei servizi importanti e quando andava in giro a fare parlare la gente....quando scoprì che un gruppo di ospiti della comunità e che lavoravano con lui a Rtc erano tornati a spacciare droga, li cacciò dalla tv e poi lo vidi piangere.....mio padre era deluso...teneva al suo lavoro di giornalista e a quello in comunità......mio padre era depresso poco prima della sua morte così ho letto in un mio interrogatorio ma debbo dire che la parola depresso non rientra nei comportamenti di mio padre e non è nemmeno una parola che mi appartiene....non ho mai detto che mio padre era depresso non può essere lui non era uno di quelli che poteva essere depresso chi ha scritto quel verbale ha usato un aggettivo al quale io in quei momenti non ho dato peso....poteva esere deluso non depresso 

L'ultima volta che vidi Mauro

...era la mattina del 26 settembre 1988 discutemmo perchè non volevo andare a scuola, lui era molto rigido sull'educazione scolastica.....l'ho rivisto a pranzo ci siamo incrociati e poi non l'ho più visto.....l'intervista a King bellissima cominciò a parlare di Placido Rizzotto

Il "giallo" Di Cori

.....l'uomo che parlò del traffico di armi che Rostagno aveva scoperto....si fece vivo nel 96 parlò con il procuratore Garofalo che aveva riaperto le indagini sul delitto nessuno mi ha mai confermato che era vera la conoscenza diretta tra lui e mio padre.....Lui si è presentato come un giornalista che si trovava in America, era grottesco come personaggio, come giornalista che stava in America sotto la protezione della Cia perchè partecipava non so bene a cosa.....doveva fare una intervista esclusiv a Repubblica, c'era il giornalsita D'avanzo, ma alla fine Repubblica non scrisse nulla......

Quella Bentley che non era in comunità

.....La risposta di Maddalena Rostagno alla domanda dell'avvocato di parte civile di Saman, Elio Esposito, sul fatto se l'auto di Cardella quella sera del delitto fosse o meno all'interno della comunità ha introdotto un tema non nuovo per le cronache di questi 22 anni, ma nuovo certamente per il processo. L'auto di Cardella anche quando lui non era in comunità, di solito veniva tenuta posteggiata sotto una tettoia dentro Saman, forse anche tenuta coperta, ma quella sera l'auto di Cardella era libera di muoversi. Eppure dalla comunità non poteva essere uscita perchè a ostacolare il transito su quelle strette stradine di Lenzi era la Duna dove Rostagno fu ucciso e per ore rimase ferma per i rilievi delle forze dell'ordine. Maddalena non ha saputo dire se l'auto di Cardella in quei giorni era stata ferma a saman o meno, ma ha detto che sicuramente Cardella non c'era, che quando si seppe dell'omicidio del padre fu sua madre Chicca a dire a qualcuno di avvertire Cardella che era a Milano....Lo incontrò tempo dopo nelle ore della notte mentre in caserma dai carabinieri di Napola.....non ha saoputo dire quanto tempo era trascorso dal delitto rispetto alla comparsa di Cardella....Ma Cardella arrivò e aveva la sua auto per muoversi, prima prese a bordo Maddalena e Chicca, poi portò anche Monica Serra la ragazza che era in compagnia di Rostagno quando fu ucciso.......

 












   

Un'agenda sparita, una cassetta svanita

 

....Maddalena alle 13,20 ha finito la sua lunga testimonianza...adesso è fuori a fumare....gli occhi lucidi per la tensione e per avere dovuto rispondere a qualche domanda fatta dalla difesa dell'imputato Virga (avvocato Mezadini)  oltremodo personale che col processo e con la morte del padre non c'entrava nulla.....ha concluso rispondendo al presidente della Corte di Assise, giudice Pellino che le ha chiesto se sapeva di cose scomparse dopo la morte del padre. E salta fuori come accade in tutti i delitti di mafia siciliana che ci sono cose sparite, un'agenda per esempio che Rostagno teneva nella sua borsa, quella trovata aperta dentro la Duna e che oggi è usata da don Luigi Ciotti. Dallo studio di Rtc è sparita una cassetta. Ma non quella della quale si sente spesso parlare, una cassetta video con registrate le immagini di un presunto sbarco di armi da un aereo atterrato di notte sulla pista di un aeroporto trapanese chiuso da anni, ma, Maddalena ha spiegato, è sparita una cassetta audio dove Mauro, ha detto, aveva scritto non toccare....Ha dovuto rispondere anche alla domanda su quello che lei dalla stanza dove si trovava dentro la comunità sentì quella sera di settembre: ho udito distintamente gli spari, due raffiche, l'ho sentito il rumore degli spari, stavano uccidendo mio padre ma l'ho saputo dopo quando uno di corsa venne ad aprire la porta della stanza dove mi trovavo chiedendo ad alta voce di Chicca, mia madre. Adesso il processo è sospeso, alla ripresa verranno sentiti investigatori dei carabinieri.

Il generale Montanti nuovo teste

L'udienza pomeridiana in Corte di Assise è ripresa con la testimonianza dell'allora (1988) colonnello Nazareno Montanti (generale in pensione) che comandava il reparto operativo. Ha detto che ha curato le indagini preliminari sul delitto perchè trasferito da Trapani nell'agosto 1989. Conosceva già Rostagno, una conoscenza che risaliva al tempo in cui lui lavorava a MIlano. La sera del 26 settembre 1988 da Napola seppero di una sparatoria, via radio seppe che avevano sparato a Rostagno e lo stavano portando in ospedale, andammo in ospedale arrivai mentre lo uscivano dall'ambulanza, secondo me era vivo tanto che gli dissi "vai Mauro che ce la fai" poi seppi che era morto.........

 








In 15 a fare le indagini. Si indagava già su irregolarità dentro Saman

Come si combatteva la mafia nel 1988 a Trapani. Il nucleo operativo dei carabinieri di Trapani era composto in tutto da 15 uomini e al'epoca del delitto Rostagnbo erano già alle prese con il deitto, di 12 giorni prima, del giudice Giacomelli e di altri omicidi pregressi. Nostro primo impulso fu quello di pensare che non si doveva trattare di professionisti ma di qualcuno che era andato un po' alla carlona (rubando una macchina nel marzo 1988 e tenendola conservata in un luogo sicuro in attesa di usarla? chiede il pm Francesco De Bene nel frattempo subentrato al pm Ingroia). Non scartavamo nulla ha risposto Montanti ma dovevamo tenere conto di quello che avevamo in mano e cioè irregolarità amministrartive dentro la Saman e allora pensavamo che Rostagno che era un galantuomo poteva avere scoperto queste irregolarità..... 

Cardella, una partenza veloce da Milano

Montanti ha confermato che le utenze telefoniche intercettate nel 1988 furono quelle di Saman  perchè pensavamo che il delitto era maturato in quell'ambito. Peraltro, ha dett l'ex ufficiale dei carabinieri, sapevamo già che Rostagno non aveva buoni rapporti con Cardella. Anni dopo ho saputo che per questi fatti Cardella fu condannato. Abbiamo saputo che Cardella si trovava a MIlano e che riuscì a partire da LInate per Palermo nel giro di poco tempo, salendo in aereo senza prenoitazione e biglietto. Circostanza riscontrata perchè personale dell'aeroporto ci riferì della presenza di un iomo che si agitava e voleva partire a tutti i costi. Contestammo a Cardella che però ci mise troppo tempo per raggiungere Napola (la stazione dei carabinieri) da Puinta Raisi sebbene avesse un'auto di grossa colindrata la Bentrley, ma lui ci diede risposte vaghe. Sui giornali si scriveva che era stata la mafia a uccidere Rostagno ma Rostagno non era l'unico che come giornalista scriveva contro la mafia......

Mafia una pista sbeffeggiata

A pagina 13 del rapporto firmato dal col. Montanti il 26 novembre 1988 sul delitto Rostagno la pista mafiosa (parole del pm Del Bene) viuene sbeffeggiata, sul perchè i carabinieri scelsero di tenere questo atteggiamento l'opposizione dell'avv. Mezzadini difensore di Virga ha impedito la risposta. Nel rapporto oltre agli episodi di malaamministrazione dentro Saman come ipotesi del delitto, si fa riferimento allo spaccio di droga scoperto da Rostagno e all'allontanamento di alcune persone. Rostagno , ha detto Montanti, era una persona severa, voleva sapere chi entrava e usciva dalla comunità, insomma era un personaggio scomodo, ma per la Saman....

Non vedevo la tv

Montanti ha detto che i suoi collaboratoti gloi hanno riferito degli interventi che faceva Rostagno in tv, "io non li ho mai sentiti perchè tornavo a casa la sera tardi"...

C'era un revolver?

Secondo il col. Montanti le trasmissioni di Rostagno non erano seguite, non ne ho sentito parlare ha spiegato, e poi io non le vedevo. Il pm Del Bene gli ha chiesto se lui avesse precisa contezza come investigatore della presenza mafiosa, della forte incidenza mafiosa nel territorio, ma anche in questo caso la difesa ha cecato di fermare la risposta. Certamente dalla risposta è emerso che la pista mafiosa non è stata mai battuta dai carabinieri che peraltro hanno scartato l'attività di denuncia di Rostagno, "se la faceva se ne assumeva le responsabilità. Il sindaco poteva querelarlo....." 2Il sindaco querela ha detto il pm, il mafioso spara". Non sono state molto approfondite le risposte del col. Montanti, molti i non ricordo, molte le sorprese, quando uno dei difensori di parte civile gli ha chiesto sull'uso di armi per il delitto Rostagno e gli ha parlato di un revolver, lui ha risposto dicendo "perchè c'era un revolver?"......

Le intercettazioni cominciarono un anno dopo il delitto

Risposta clamorosa del col. Montanti. La difesa di Chicca Roveri e Maddalena Rostagno, avv. Miceli, ha portato in aula un verbale di interrogatorio dell'ufficiale da parte del procuratore di Trapani Garofalo il 13 settembre 1996. Montanti rispondendo a Garofalo disse che le intercettazioni(quelle sulle utenze Saman) furono attivate il 13 maggio 1989, un anno dopo il delitto. Queste per lui erano le uniche intercettazioni.....

Non pensammo di acquisire le cassette a Rtc

Scuote la testa il generale Montanti, non seguiva len trasmissioni di Rostagno e dice che non sa nulla delle cose che diceva Rostagno in tv. L'avv. Rando, di Libera, ha posto una domanda per chiedere se a quel punto non sarebbe stato il caso di acquisire le cassette con gli interventi registrati di Rostagno in tv, "non ci abbiamo pensato, fino a quando c'ero io no". "La psita mafiosa - scrisse nel suo rapporto il col. Montanti - era cara a certi organi di informazione e ai dirigenti della Saman, noi non avevamo nulla sulla pista mafiosa…..Le indagini erano concenrate sulla Saman sullo spaccio di droga sul tenore di vita di Cardella.....

I tempi di Cardella

Avevo fatto i conti che Cardella aveva impiegato meno di 20 minuti per arrivare dalla sua casa di Milano all'aeroporto di Linate, e un'ora e mezza per arrivare da Punta Raisi a Napola. Per il col. Montanti la versione di Cardella sui suoi spostamenti il 26 settembre 1988 non tornavano quantomeno dal punto di vista temporale. Venti minuti per muoversi a Milano, arrivare in aeroporto, fare il biglietto imbvarcarsi in tempo sull'aereo e poi un'ora e mezza per arrivare con un'auto di grossa cilindrata come la sua Benteley a Napola dall'aeroporto di Punta Raisi, un fatto che non ci convinceva. Incontrammo Cardella alla stazione dei carabinieri di Napola.....

Un cacciatore uccise Rostagno?

Il generale Mointanti è tornato a dire che in un anno di indagini non furono trovati elementi che portavano alla pista mafiosa, guiarda caso anzi durante le indagini finivano per raccogliere elementi che escludevano la responsbailità mafiosa, come se qualcuno lungo la strada delle loro indagini poneva questi elementi, ma questo pensiero non sovvienne mai a chi indagava. Uno degli elementi sono le cartucce ricaricate, non erano i mafiosi soliti fare in questo modo, "era abitudine semmai dei cacciatori che così risparmiavano". Nella parte finale della sua deposizione il generale Montanti ha parlato del procuratore dell'epoca,dott. Coci, "era inavvicinabile non gli si poteva parlare".....Questa risposta l'ha data quando il pm Del Bene è tornato a chiedere delucidazioni sulle intercettazioni non fatte....

Le domande del presidente al generale che non ricorda e non sa

Per primi sul posto siamo arrivati noi, carabinieri di Napola, poi noi del nucleo oeprativo, dopo mezz'ora la polizia. Ma lei ha letto il verbale dei carabinieri di Napola? Non l'ho letto. Ma c'è? Credo di si. Noi qui, dice il presidente, abbiamo solo il verbale dei rilievi del brigadiere, oggi maresciallo Cannas, come mai se lui è tra gli ultimi che arrivoò? Lei in grado di dire chi per primo arrivò sul posto? La Roveri, quando i carabinieri arrivano Rostagno era stato già portato in ospedale. Noi abbiamo un verbale di sopralluogo fatto il 0 novembre del 1988, me lo spiegare come mai? Non glielo so spiegare.....Avete capito perchè ci sono voluti 22 anni per arrivare al processo.....Le risposte continuano....Nella vettura fu trovata una borsa con dentro tessere di due club, due denti, una tessera per noleggio di cassette...Subito fu fatta perquisizione alla comunità Saman per vedere se era entrato u uscito qualcuno, penso che andarono poliziotti della Mobile e Cannas. Dagli accertamenti risultò che nessuno era entrato ed uscito. Rostagno proveniva da Rtc. Quella sera fra la parte di acquisizione dei reperti e sentire le persone abbiamo finito alle 5 di mattina quella sera ci siamo basati sulle dichiarazioni della ragazza, nessuna perquisizione fu fastta a Rtc. A me non risulta....Quando sono arrivato io c'era la portiera del guidatore aperta, non so se i milutari arrivati sul posto trovarono la portiera aperta. L'auto quando fu rimossa? Probabilmente la mattina.  Fu fatta attività di perlustrazione nella zona? Per quel che ricordo si. E l'auto come fu trovata? Le modalità esatte non le ricordo so che è stata ritrovata in questa cava l'auto bruciata. Sa se questa cava era stata già controllata? No.

La testimonianza del maresciallo Cannas

A Trapani sono dal 1980, nel 1988 era al nucleo operativo dei carabinieri di Trapani nel reparto antidroga. Conoscevo Mauro Rostagno, da qualche anno rispetto al 1988. Normalissimo rapporto, per le vicende giornalistiche e perchè si occuopava della comunità Saman.Non sono mai andato in comunità, la prima volta fu dopo l'omicidio. I nostri incontri erano casuali, ci vedevamo, se lo vedevo per strada ci fermavano a parlare, Rostagno che io sappia si occupava della tv Rtc, collaborava dal settembre del 1987. Anche Cannas non vedeva Rostagno in tv. Non avevo tempo, so che andava in onda. Faceva dei redazionali e dei notiziari. I contenuti erano le cose sociali del momento, un processo di mafia ne parlò spesso anche in modo pungente, era il processo per l'omicidio di Vito Lipari, indagato era Agate Mariano. Rostagno si limitava a fare la cronaca del processo oppure effettuava opera di denuncia, so che era presente nel processo, era pregnante nelle sue trasmissioni, cercava di entrare dentro le case con discorsi dalla dialettica pesante, non ricordo però i contenuti se erano delle denuncie. Le altri emittenti facevano cronaca, si limitavano a dire le cose. Rostagno aveva un modo nuovo di fare giornalismo. La sera del delitto ero già a casa, sul posto arrivai attorno alle 21,30, un quarto d'ora prima era stato avvertito. Nel verbale originario disse che era stato avvertito alle 20,40, come mai arrivò alle 21,30. C'era da fare un tragitto preciso che necessitava del tempo. Quando arrivai c'era un sacco di gente, carabinieri, c'era il nostro fotografo che faceva i rilievi, la radiomobile, che fecero i rilievi planimetrici. Il cadavere di Rostagno lo vidi all'obitorio, sul posto c'era solo l'auto. L'auto aveva i fari accesi, era ferma al centro del trivio con direzione verson Saman che da lì dista 400 metri, aveva anabaggliati accesi, motore spento con chiavi inserite prima ingranata. Non seguii in modo analitico tutte le indagini. Ricevetti la notizia da Silvana Fonte una fiat uno che entrò in quella strada poi uscì e prese la strada per Valderice. Come mai il verbale di sopralluogo da lei firmato è del novembre 1988? E' un verbale di soralluogo sommario, del 10 novembre 1988, allora era così, vigenza vecchio codice, termini diversi, raccoglievamo tutto, e poi facevamo il rapporto che poteva essere preliminare o conclusivo. Anche Cannas è stato oggetto di interroigatorio da parte del procuratore Garofalo nel 1996 quando le indagini furono riaperte. Non sembra essere cosa normale che chi indaga poi finisca con l'essere testimone o persona informata dei fatti. Cannas ha detto che ad occuparsi più che altri dalle indagini era il maresciallo Santomauro, era lui che si occupava di questi reati. Il maresciallo Santomauro ora in oensione è notorio che è stato uno degli investigatori di punta nelle indagini antimafia, si occuoava delle indagini sebbene il generale Montanti ha appena finito di dire che la pista mafiosa non era battuta? Nell'auto dietro caduto per terra c'era un borsone di colore marrone, c'era anche un giubbotto. Il borsone era chiuso, lo aprii e dentro c'erano biglietti da visita, rivista, una protesi dentaria, occhiali, una agenda bianca non scritta...

L'incontro con Cardella

Quando ebbi a finire il sopralluiogo sul luogo del delitto mi sono recato alla stazione dei carabinieri di Napola, lì davanti vidi che c'era Cardella credo con Monica Serra, la ragazza che era con Rostagno al momento del delitto. Ho saputo che poco prima era stato controllato a Fulgatore da una pattuglia mentre viaggiava con la sua auto in direzione Napola. Tornando ai rilievi ha detto che a terra c'erano sei carutcce calibro dodici, metà inespolose, poi un pezzo diu legno della canna del fucile e l'anello che serve a tenere bloccata la canna del fucile. Avete trovato una cassetta con sopra scritto non toccare sulla macchina? No, quello che ho visto ho fotografato, cassette non ce ne erano. Non ho mai sentito parlare nessuno di questa cassetta. Nel 1996 però rispondendo a Garofalo Cannas aveva detto che invece aveva sentito parlare di questa cassetta, cercata e non trovata. Se ne parlava di questa cassetta non toccare. Ma nel rapporto dei carabinieri del novembre 1988 a questa circostanza nessuno fa riferimento. Cannas ha poi ricordato un incontro d'estate nel 1988 in via Torrearsa a Trapani con Rostagno, Chicca Roveri e l'avv. Esposito. Era da tempo che non ci vedevamo, gli chiesi che fine aveva fatto. Non ebbi l'impressione che ci poteva essere qualcosa di particolare. Ma sempre dall'interrogatorio di Garofalo emerge che con Rostagno, appartandosi, parlarono delle indagini su Calabresi, io invece chiesi cosa sapeva dello spaccio di droga dentro Saman, si trasformò in volto e mi disse che me ne avrebbe parlato vevendomi a trovare.

Cannas, non ho seguito il caso

Il maresciallo Cannas ha escluso di avere mai seguito una pista e una cosidetta pista interna. Ha ribadito di essersi interessato di fatti singoli, specifici, su delega. Ebbi delegato dal pm l'arresto di un soggetto, Riccomini, per lo spaccio di droga dentro la Saman, arrestammo anche Massimo Oldrini, nel contesto gli chiesi dove comprava l'eroina, lui mi disse che si recava a Palermo, dietro al Palazzo di Giustizia e la dava a Genovese, un'altra volta a Coen, a Torinese e questo per 40, 50 volte, bisogni personale di loro. Feci una relazione e una lettera mandata al giudice istruttore che era il dott. Messana. Cannas ha confermato di avere seguito la cosidetta pista Graffeo, secondo la testimonianza della Fonte Silvana aveva visto un personaggio che era alla guida descrivendolo, raccolsi delle foto, le feci vedere alla ragazza, e lei indicò la foto numero 4 il soggetto che poteva somigliare a quello che guidava la macchina, Graffeo Salvatore, pregiudicato di Marsala, nessuna aderenza con criminalità organizzata, consegnai il rapporto al pubblico ministero e credo che di quella pista non se ne fece nulla perchè ripetuto il riconoscimento la ragazzina non lo riconobbe più. Capitolo intercettazioni? Io so poco delle intercettazioni, l'ho saputo in occasione delle sommarie informazioni dinanzi al procuratore Garofalo, io non so nulla di intercettazioni.  Liti tra Cardella e Rostagno? Per sentito dire la conoscenza. Cardella ogni tanto veniva, chiedeva appuntamenti, cercava di capire, feci relazione di questo comportamento. Un pomeriggio venne, anzi due volte. Poco dopo il delitto venne con la Roveri a presentarmi Aldo Ricci che doveva prendere il posto di Rostagno. Rostagno mai mi parlò di incontri col giudice Falcone. L'ultima volta che lo vidi Rostagno mi disse frasi ad effetto, non ti preoccupare se ho tempo vengo e ne parliamo. Ricordo di un incontro successivo a quell'incontro in centro storico, non mi ha però detto nulla.  Rostagno le avrebbe detto che gli avevano allungato la vita di un mese, "è una cosa della quale si è sentito parlare" a me disse solo se mi lasciano il tempo ti vengo a trovare, ma per me era un intercalare, una frase ad effetto". Cannas fu trasferito dal nuicleo operativo provinciale nel 1996, al tempo in cui veniva sentito dal procuratore Garofalo per le sommarie informazioni nell'ambito del riaperto fascicolo di indagine sul delitto Rostagno. Con Cardella ebbe un incontro più lungo mesi dopo essere venuto con la Roveri, come se lui avesse saputo qualcosa sulle indagini che riguardavano la Saman. Mi esternò il suo fastidio per attività di indagine nei confronti della Saman. Mi diceva che Rostagno voleva fare il senatore, fece cortile più che altro.

Le interviste di Chi l'ha visto


Rispondento all'avv. Miceli, Cannas ha ricordato il regista Cavallore che stava girando per Chi l'ha visto? mi consegnò una cassetta con delle interviste mi aveva detto che potevano servirmi per le indagini. C'erano una trentina di interviste che ascoltai e non mi sembrarono utile, c'era anche la Faconti (quella che avrebbe parlato di un incontro tra Rostagno e Falcone) ma l'abbiamo sentita e non ci disse mai di questa circostanza....C'è anche una denuncia di Federico Ribboni a proposito di minacce ricevute per le vicende dell'assegnazione di un terreno alla Saman, il cosidetto fondo Auteri. Ribboni parlò di uno che passò da lì facendogli vedere un fucile. Lui diede un numero di targa e disse che era un alfetta bianca, uscirono fuori sette alfette, una era di un magistrato, uno di un professionista, ci dissero che c'era un certo Gaspare che poteva avere fastidio per la presenza della Saman in quel posto.Insomma più la testimonianza di Cannas va avanti emergono episodi, accadimenti cheentrano ed escono velocemente dalle indagini sul delitto, fatti che potrebbero dimostrare pesanti interessi sul delitto Rostagno, ma i carabinieri si occupavano solo di droga e della malamministrazone dentro Saman, altri fatti venivano esclusi, quasi già priori. Proprio su queste circostanze l'allora procuratore Garofalo chiamò a sentire come persone informate dei fatti i carabinieri della prima fase delle indagini, nell'ambito del procedimento che venne riaperto e che in un primo momento portò alla cosidetta operazione Codice Rosso, pista interna, e in altro momento alla pista mafiosa, finita oggi oggetto del dibattimento.













La voce di Maddalena, le omissioni dei carabinieri, le nuove indagini sui mandanti occulti. Ecco la terza udienza del processo per il delitto Rostagno

Non c’è a Trapani solo il processo in corso contro i boss Vincenzo Virga e Vito Mazzara. C’è un’altra indagine, a Palermo, sul delitto di Mauro Rostagno del 26 settembre 1988. Si cercano i mandanti «occulti» del delitto, è una ipotesi che la Procura antimafia di Palermo ha stralciato dall’indagine che ha portato al processo in corso davanti alla Corte di Assise di Trapani. Mandanti «occulti» nel senso che la mafia ha avuto «appaltato» il delitto da altri? Il pm Ingroia non risponde, parla genericamente, si coglie che la mafia non ha commesso il delitto per conto di altri ma quanto gli altri avrebbe avuto interesse ad uccidere Rostagno.

Si è cominciato così per la terza udienza del processo Rostagno. L'atmosfera in aula sembra distesa, ma nell'aria pesa la pubblicazione appena uscita su un mensile, "I quaderni de l'Ora", un «dossier» dedicato al delitto Rostagno, dove si parla dell'indagine quasi mettendo in ombra l'ipotesi mafiosa oggi a dibattimento. C’è scritto che al contrario di Peppino Impastato che si trovò a cento passi dal boss mafioso Badalamenti, per Rostagno non fu così. E invece è provato che Rostagno era in mezzo ai lupi e i lupi lo hanno azzannato. I passi che dividevano Rostagno dalla mafia erano molto meno di cento. Editore di Rtc, la tv dove lavorava era quel tale Puccio Bulgarella, ora defunto, imprenditore edile, era uno di quelli che parlava con i boss palermitani, amico di Angelo Siino, il cosidetto ministro dei lavori pubblici del capo dei capi Totò Riina.

Presto arrivano tensioni e clamori

Una udienza che via via si è caricata di tensione e clamore. La testimonianza di Maddalena, la figlia di Mauro, e quella di due carabinieri, investigatori della prima ora, testimonianze carichi di vuoti, che hanno lasciate domande senza risposta. Le testimonianze dei due investigatori dei carabinieri, in particolare del generale (in pensione) Nazareno Montanti, hanno presentato aspetti clamorosi, del genere che si poteva indagare da subito, si potevano prendere di mira immediatamente gli ambienti mafiosi, ma non lo si è fatto, e il delitto Rostagno per 22 anni è rimasto qualcosa di vago, alla fine come se fosse irrisolvibile. Come se le indagini dovevano fermarsi nell’istante esatto in cui si scopriva l’omicidio. E la pista della mafia è finita «sbeffeggiata». E gli interventi in tv di Rostagno contro mafia, massoneria, politici corrotti. Non considerati? Ci sono le intercettazioni cominciate a un anno dal delitto, il verbale di sopralluogo redatto mesi e mesi dopo l’omicidio, per dire alcune cose. Certo c’è da prendere consapevolezza piena di alcune cose: che negli anni ’80 in un territorio come Trapani dove la criminalità mafiosa «impazzava», con una innumerevole serie di omicidi, a indagare contro la criminalità organizzata c’erano, lo ha detto il gen. Montanti, 15 carabinieri. Poi ci sono gli aspetti di incredibile sottovalutazione, l’uso di un’auto rubata sei mesi prima del delitto dai sicari entrati in azione a Lenzi, non ha per nulla indotto Montanti, allora tenente colonnello, a sospettare che non potevano essere dei «balordi» come lui pensava ad avere ucciso. E poi perchè avrebbero ucciso? «Perchè Rostagno aveva scoperto la "malamministrazione" dentro Saman». E quindi le irregolarità che sarebbero state commesse da Cardella. Le difese hanno cercato di sfruttare questo «canale», un difensore, l’avv. Mezzadini, pur di inseguire altre piste, fuori dalla mafia, ha finito con il tirare fuori una vicenda personale di Maddalena Rostagno, rinnovandole in modo «gratuito» un dolore mai sopito.

La voce di Mauro Rostagno




L’udienza è cominciata con la voce di Mauro Rostagno. Nessun sortilegio. La Corte di Assise ha acquisito gli spezzoni di un documentario dove ci sono le immagini girate dall’operatore di Tele Scirocco, Agostino Occhipinti, la sera del delitto. Immagini che servono al processo, che sono poste tra un intervento di Mauro e un altro, per questo riecheggia la sua voce in aula durante la proiezione che dura pochi minuti, ma sono quelli che servono per ascoltare pezzetti degli editoriali fatti da Rostagno a Rtc, quelli dove parlava del traffico e lo spaccio di droga a Trapani, «ma i politici dice si interessano ad altro», poi a seguire le immagini di quella Duna sforacchiata dei colpi sparati dai killer. Vito Mazzara, l'imputato accusato di avere ucciso Rostagno, presente in aula, dentro la cella, sembra guardare da un'altra parte ma dovunque volge lo sguardo trova gli schermi sistemati nell'aula bunker «Giovanni Falcone» del Palazzo di Giustizia e che trasmettono quei fotogrammi. Poi continua a parlare Mauro: «Trapani quarta in Sicilia nella classifica dei morti ammazzati», era il 1988, tra qualche giorno sarebbe toccato anche a lui. L'ultima immagine è il sedile della Fiat Duna dove era seduto Rostagno quando lo uccisero. Una macchia di sangue, poi il filmato viene stoppato.

Maddalena sul pretorio.

Sembra più magra del solito, e forse lo è. Maddalena Rostagno aveva 15 anni quando il 26 settembre 1988 le uccisero suo padre, Mauro. Di buon mattino ha messo piede con il suo avvocato, Carmelo Miceli, nell’aula bunker «Giovanni Falcone», la si vede piegata sul tavolo a parlare con il suo difensore di parte civile. Ieri è toccato per prima a lei salire sul pretorio davanti ai giudici della Corte di Assise, per raccontare quei giorni lontani quasi 23 anni. In questi giorni c'è chi le ha chiesto 24 ore per preparare un nuovo dossier (giornalistico) sulla morte di Mauro Rostagno, a lei non le dettero neppure un millesimo di secondo per potere salvare la vita al padre.

È tesa, ma non si tira indietro a nessuna domanda. Racconta la vita con suo padre, in giro per il mondo, le scelte quasi di povertà, e di aiuto ai meno fortunati, ma assieme la fermezza dell’uomo che voleva da lei quello che qualunque genitore può volere per una figlia di quella età, e cioè la regolare frequenza scolastica. Quel 26 settembre 1988 ha dovuto ricordare ai giudici la discussione avuta in mattinata con suo padre, lei non voleva andare a scuola e non ci andò, «mi incrociai con lui ad ora di pranzo», non lo dice ma si capisce che i due non si parlarono: «Fu l’ultima volta che lo vidi».

Ha ricordato che la sera era nella sua stanza dentro il cosidetto «Gabbiano» della Saman, la residenza dei dirigenti della comunità, «ho sentito i colpi di arma da fuoco, poi qualcuno entrò dentro spalancando la porta e gridando forte il nome di mia madre Chicca, dissi che non c’era e che era negli uffici». Il racconto è frenetico: «Sono uscita fuori, sono andata evrso gli uffici, vidi Monica Serra, sapevo che lei doveva tornare con mio padre da Rtc, guardai intorno e non vidi Mauro, Monica stava abbracciata ad uno, mi disse lei che c'era stato un incidente. Non ricordo se lei fosse sporca di sangue, ma lo era mia madre che io incontrai nella stretta stradina fuori dalla comunità quando mi fermarono impedendomi di raggiungere l’auto di mio padre ferma 400 metri più avanti, mia madre mi abbracciò aveva le mani sporche di sangue».

Monica Serra è testimone oculare di quel delitto. Fu sospettata di non avere detto tutta la verità. Lei e Maddalena sono rimaste in contatto: «Non le ho mai chiesto nulla di quegli istanti, non ne ho mai sentito il bisogno perchè ho sempre considerato come vera la versione che lei ha raccontato».

Con suo padre ricorda di avere parlato di alcune cose in particolare, come l’indagine sul delitto del commissario Calabresi, per la quale Rostagno ricevette una comunicazione giudiziaria, l’indagine milanese sui mandanti del delitto da cercare dentro l’organizzazione politica Lotta Continua della quale Rostagno fu tra i dirigenti: «Mio padre lo disse a me e lo ha ripetuto anche in tv, lui e Lotta Continua non c'entrava nulla con quel delitto. Mauro mi chiamò mi disse che voleva essere sentito al più presto per testimoniare questa estranietà».

Le domande la portano a ricordare i contrasti, improvvisi, tra suo padre e Francesco Cardella, i fodnatori della Comunità: «Lo ricordo quel foglio scritto a mano, diceva a mio padre sostanzialmente falso, inopportuno, indelicato, così mio padre fu invitato da Cardella a lasciare il Gabbiano dentro la Comunità per una intervista che aveva fatto a King, intervistato da Claudio Fava, una bellissima intervista ma non aveva citato Cardella e Cardella lo accusò in questa maniera».

Ma chi era suo padre, chiede il pm Antonio Ingroia (nel pomeriggio ha poi continuato il pm Francesco Del Bene): «Era il terapeuta della famiglia, della comunità, del giornalismo, lo vedevo in tv, nei servizi importanti e quando andava in giro a fare parlare la gente, quando scoprì che un gruppo di ospiti della comunità e che lavoravano con lui a Rtc erano tornati a spacciare droga, li cacciò dalla tv e lo vidi piangere, mio padre era deluso, teneva al suo lavoro di giornalista e a quello in comunità».

Smentisce che il padre poteva essere «depresso» dopo quel giro di droga scoperto dentro la comunità, è scritto in un verbale: «Non posso avere detto questo perchè la parola depresso non rientra nel mio linguaggio, non poteva mai essere un comportamento di mio padre, poteva essere semmai deluso».

Poi le domande entrano nei temi del processo. La storia del traffico di armi che Rostagno avrebbe scoperto prima di essere ucciso, svelata nel 1996 da un suo sedicente amico, Sergio Di Cori, «nessuno mi ha mai confermato che vi era conoscenza diretta tra lui e mio padre, lui si è presentato come un giornalista che si trovava in America, era grottesco come personaggio». E legata a questo fatto una cassetta sparita dal suo ufficio a Rtc: «Per quello che ricordo lui teneva sul tavolo una cassetta audio e non video con su scritto non toccare». Questa non si trovò più, ma anche un’agenda: «Dentro la borsa di mio padre quella che fu trovata sull’auto non c’era alcuna agenda, un bloc notes, mi sembra strano che lui facendo il giornalista non ne facesse uso».

L’avvocato di parte civile della Saman, Elio Esposito introduce il tema del ruolo di cardella quel giorno: «Non c’era quel giorno era a Milano, lo vidi a sera tardi, ci portò con la sua Bentley». Ma l’auto di solito non stava ferma dentro Saman? E come riuscì ad uscire se c’era la Fiat Duna che bloccava il passaggio? «Non lo so». Ma l’auto quella volta Cardella non l’aveva lasciata a Lenzi, l’aveva lasciata in aeroporto a Palermo. Provvidenzialmente.

I carabinieri testimoni.

Poi è stata la volta dell’ex comandante del nucleo operativo dei Carabinieri l’allora tenente colonnello, oggi generale, Nazareno Montanti. Quando si dice i casi della vita. Ha ammesso che conosceva Rostagno, lo aveva conosciuto a Milano e lo aveva reincontrato a Trapani, meno di un anno dopo dal delitto andò via da Trapani lasciando le indagini che cominciarono secondo una pista precisa, «delitto maturato dentro la Saman». Non si fecero nemmeno le intercettazioni. Cominciarono quasi un anno dopo il delitto, il 13 maggio 1989, e sempre relativamente alla Saman. Ha raccontato che vide Rostagno arrivare in ospedale portato dall’ambulanza, «gli dissi vai Mauro che ce la fai, poi seppi che era morto».

Delitto di mafia? «Quel fucile scoppiato per terra ci face pensare che non potevano essere dei professionisti. Rostagno era un galantuomo poteva avere scoperto delle irregolarità dentro Saman sulle quali noi già indagavamo». E poi le cartucce trovate per terra, tre inesplose erano satte «ricaricate», «roba da cacciatori che vogliono risparmiare» risposta secca del generale.

A pagina 13 del rapporto firmato dal col. Montanti il 26 novembre 1988 sul delitto Rostagno la pista mafiosa (parole del pm Del Bene) «viene sbeffeggiata»: «Non c’entra la pista mafiosa tanto cara a certi organi di informazione e ai responsabili della Saman». «Noi – aggiunge – non avevamo nulla sulla pista mafiosa».

Il pm chiede se ha ricordo degli interventi in tv di Rostagno: «Io non li ho mai sentiti perchè tornavo a casa la sera tardi». Ma avete mai pensato ad acquisire quelle cassette? «Fino a quando c'ero io no».

Montanti, offre molti non ricordo, molte le sorprese. Quando uno dei difensori di parte civile gli ha chiesto su quali armi sono state usate per uccidere Rostagno e gli ha parlato di un revolver, lui ha risposto dicendo «perchè c'era un revolver?».

Ma perchè quei ritardi? Perchè il mancato coordinamento con la Procura? Il generale Montanti ha parlato del procuratore dell'epoca,dott. Coci, «era inavvicinabile non gli si poteva parlare».

Altro teste, l’odierno luogotenente, allora brigadiere, Beniamino Cannas. Conosceva Rostagno, ha detto che i due spesso si parlavano e si vedevano, ma sul’oggetto delle discussioni è stato vago, ha saputo solo dire che «Rostagno aveva un modo nuovo di fare giornalismo». E sulle indagini. Poco o nulla di veramente importante, ha detto che sarebbero leggende alcune circostanze, l’incontro a Palermo tra Falcone e Rostagno, raccontato da Alessandra Faconti, amica di Mauro, «la sentimmo ma non ce lo disse», la storia della cassetta, «mai vista», poi si corregge, «cercata e non trovata».

Alla fine punta il dito contro Cardella. Un giorno mi parlò a lungo, si lamentava di una nostra indagine sui conti di Saman e mi parlò di Rostagno, mi disse che si era messo strane idee in testa, voleva fare il senatore».

Ma a lui Rostagno si dice che aveva espresso preoccupazione, «è vero – chiede un legale di parte civile – che le avrebbe detto che gli avevano allungato la vita di un mese?». «È una cosa della quale si è sentito parlare a me disse solo se mi lasciano il tempo ti vengo a trovare, ma per me era un intercalare, una frase ad effetto».

Montanti e Cannas lo hanno dovuto confermare. Da investigatori sul delitto Rostagno nel 1996 divennero persone informate dei fatti, testi, nell’ambito delle indagini che l’allora procuratore di Trapani Garofalo riaprì sul delitto, puntando anche lui sulla pista interna, trovando poi quegli elementi che erano come nascosti, «la firma della mafia».


Considerazioni a margine

Processo Rostagno: Mauro registrava i nomi dei collusi in un traffico di armi e droga L'indagine sui mandanti occulti non contraddice il processo in corso contro i mafiosi

Maddalena Rostagno, la figlia di Mauro, il sociologo (fondatore della comunità Saman assieme alla sua compagna Chicca Roveri e all’ex "guru" Cicci Cardella) e giornalista (lavorava presso la tv locale Rtc) ucciso a Lenzi, il 26 settembre del 1988, deponendo mercoledì davanti la Corte di Assise di Trapani ha introdotto due temi che erano finiti come «inghiottiti» dalle indagini durate, tra alti e bassi (più bassi che alti), per oltre 20 anni, e cioè la scomparsa di una audio cassetta dallo studio di Rostagno a Rtc, la tv dove lavorava già da quasi due anni rispetto a quando fu ucciso, e di un bloc notes o di una agenda dalla sua borsa trovata dentro l’auto che lui guidava al momento dell’agguato.

La storia della cassetta audio era emersa in parte durante le indagini condotte a metà degli anni '90 dalla Procura di Trapani, che dapprima si concentrò sulla pista interna (operazione Codice Rosso, mandanti ed esecutori da ricercarsi dentro la Saman) per poi finire trasmessa a Palermo quando le rivelazioni dei pentiti fecero emergere scenari ben diversi, con un marcato ruolo della mafia trapanese nel delitto. Il procuratore Garofalo annotò infatti che secondo la testimonianza di una donna, Alessandra Faconti, amica di Rostagno, non solo sarebbe esistita una cassetta video che avrebbe provato la scoperta da parte di Rostagno di un traffico di armi e droga, gestito dalle “famiglie” mafiose di Marsala e Mazara, traffico che si muoveva sulle “rotte” del Medio Oriente) ma in possesso di Rostagno c’era anche una cassetta audio. Di questa ne ha parlato con certezza Maddalena Rostagno durante la sua testimonianza. Lei la ricorda. Una cassetta audio con su scritto «non toccare». E perchè? Secondo il rapporto trasmesso il 21 aprile 1997 alla Procura di Palermo da quella di Trapani in quella cassetta «Rostagno andava registrando i nomi delle persone coinvolte nella vicenda del traffico di armi». Rostagno insomma avrebbe trovato elementi per provare l’esistenza di intrecci tra mafia, massoneria e settori deviati delle Istituzioni che stavano dentro quel traffico. Ognuno di questi  aveva il suo bel tornaconto, in ultimo quel traffico sarebbe servito a foraggiare le milizie jugoslave che all’epoca erano pronte a scatenare la guerra civile. Non erano dunque armi e traffici rivolti verso la Somalia, ma verso l’Est europeo.

Oggi che si torna a parlare di «mandanti occulti» per il delitto, che la mafia avrebbe ucciso Rostagno non solo per conto suo ma anche per conto di «altri» – soggetti ignoti che quanto Cosa Nostra avrebbero avuto interesse ad eliminare il sociologo, perchè quell’«affare» interessava dalla mafia agli apparati deviati dello Stato (si coglie dagli atti giudiziari che ci si riferisce ai servizi segreti) – e che dunque c’è una indagine ancora aperta oltre al processo in corso a Trapani contro i conclamati boss mafiosi, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, presunti mandante ed esecutore, ecco che ci si ricorda di un particolare: il segreto di Stato opposto al procuratore Garofalo quando nel 1996 tentò di capire che tipo di attività veniva svolta presso l’aeroporto ufficialmente chiuso di Kinisia; una opposizione scritta su un foglio di carta intestata del Sismi, l’ex servizio segreto militare.

Insomma la mafia trapanese è stata e forse ancora lo è, in grado di colloquiare con i «piani alti» della palazzina delle «commistioni» dove hanno risieduto nel tempo i responsabili di stragi di Stato, depistaggi, registi occulti di intrecci economici. Se ci si riflette bene non è allora un caso che le stragi del 92 e del ’93 siano state «ordite» nel trapanese da dove partì pure il tritolo per uccidere. È questa la mafia del super boss latitante Matteo Messina Denaro e non a caso a casa dei Messina Denaro, a Castelvetrano, racconta il pentito Sinacori, fu decisa nel 1988 l’uccisione di Rostagno. Qualcuno ha scritto che Rostagno non fu come Impastato. E che cioè Impastato a Cinisi si trovò a 100 passi dalla mafia, mentre Rostagno no. In effetti può essere così, ma nel senso che i «passi» che dividevano Mauro Rostagno dalla potente mafia trapanese potevano essere molto meno.

 

 

Rostagno e quelle parole inascoltate (dai carabinieri) contro la mafia

Ci sono pagine da sfogliare continuamente. C’è il rischio di perdere il segno e il contatto con la realtà di quel 1988 a Trapani. Testimonianze che hanno suscitato grandi perplessità, ma nessun imbarazzo in chi le ha pronunziate, come quella del generale dei carabinieri Nazareno Montanti, comandante all’epoca del delitto Rostagno del nucleo operativo, ci hanno consegnato l’immagine di un Rostagno che da una parte “aveva un nuovo modo di fare giornalismo”, come ha detto l’odierno luogotenente dell’arma Beniamino Cannas, ma dall’altra parte non avrebbe fatto tanto più di altri, a proposito di attività di denuncia giornalistica: “Lo faceva con toni più forti, assumendosene le responsabilità – ha detto Montanti sentito in Corte di Assise mercoledì scorso – perché magari un sindaco poteva querelarlo” ha così risposo al pm della Dda Francesco Del Bene che però ha chiosato, “i sindaci querelano, ma la mafia uccide”.

Allora le pagine da leggere continuamente magari sono quelle degli editoriali fatti in tv da Rostagno (molti raccolti in un libro dello scrittore Salvatore Mugno). Nel 1988 quasi si negava l'esistenza della mafia in città, a Trapani, ma l’ultimo editoriale di Rostagno in tv fu violento, dedicato all’uccisione del giudice Saetta (25 settembre a Caltanissetta, il giudice fu ucciso in auto assieme al figlio), fu un attacco diretto contro la mafia. Le parole dette da Rostagno giornalmente suonavamo alla mafia, e ai politici complici dei boss come una sfida, diceva ogni giorno che “la mafia era il contrario della libertà”. Immaginate cosa potevano suscitare a quei mafiosi che all’epoca stavano riorganizzandosi, avevano creato il tavolino per gestire la città gli appalti, mettere a segno il sacco edilizio di mezza provincia, come hanno dimostrato anni dopo altre indagini, più attente e meticolose, fatte dalla Polizia, ma anche da (altri) carabinieri.

Peccato che la lettura di quegli editoriali, l’ascolto delle sue trasmissioni siano sfuggiti come cose importanti ai carabinieri che nel 1988 presero in mano le indagini. La conferma di ciò è contenuta ancora in  una delle risposte del generale Montanti durante il suo interrogatorio. Ad una domanda dell’avv. Enza Rando (che rappresenta Libera) che facendo riferimento al fatto che alcuni suoi collaboratori gli avevano riferito degli interventi in tv di Rostagno contro la mafia (interventi che lui non conosceva “perché non aveva il tempo di guardare la tv nemmeno la sera”), gli ha chiesto come mai non aveva pensato di sequestrare le cassette in tv, ha risposto dicendo che questo pensiero non lo colse mai, “fino a quando io sono stato a Trapani non è stato fatto”. Ma si dice che una mano segreta, forse proprio quella di un carabiniere, la sera stessa del 26 settembre 1988 ando a Rtc a cercare qualcosa tra le cose e le cassette di Mauro Rostagno. E le indagini che hanno riaperto il caso, la testimonianza di Maddalena, la figlia di Mauro, hanno a tutti consegnato dati certi, di alcune cose di Mauro Rostagno si sono perdute le tracce, di una agenda, di un bloc notes e di una cassetta audio con su scritto non toccare. Può essere che tutto questo sia stato fatto da balordi e non professionisti come a qualcuno “piace pensare”?

 

Delitto Rostagno: quando nel 1988 Polizia e Carabinieri seguivano piste diverse E Gladio cercava la droga dentro Saman

Polizia e carabinieri confliggenti. Rino Germanà e Nazareno Montanti, sono due investigatori, il primo poliziotto, l’altro carabiniere, che nel 1988 si occupavano a Trapani della lotta alla criminalità. Eppure il loro approccio con uno dei più efferati delitti di quell’epoca, quello di Mauro Rostagno, 26 settembre 1988, a 12 giorni da un altro delitto, quello del giudice (in pensione) Alberto Giacomelli, è risultato essere diverso, opposto. Polizia da una parte, con il dirigente della Mobile, Rino Germanà, oggi questore a Piacenza, dopo esserlo stato a Forlì, ed essere sfuggito nel 1992 ad un agguato mafioso a Mazara, e Carabinieri, dall’altra parte, con l’allora tenente colonnello Nazareno Montanti, oggi generale in pensione, si sono subito divisi: i poliziotti hanno pensato subito al delitto di mafia, per la caratteristiche dell’agguato, i carabinieri a una vendetta interna, maturata dentro la Saman, la comunità fondata da Rostagno assieme a Francesco Cardella e alla sua compagna, Chicca Roveri.

Le differenze nelle indagini sono venute fuori in modo lampante dal processo in corso davanti la Corte di Assise dove imputati di essere presunti mandante ed esecutore, sono due mafiosi conclamati, Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Se per Germanà non è modo di comportarsi di chi commette un delitto d’impeto, una vendetta, quello di usare una autovettura rubata, e rubata molti mesi prima e lontano dal luogo dell’omicidio, auto poi fatta trovare bruciata, a 48 ore da delitto, ma semmai questa è una «sequenza» mafiosa, per il generale Montanti la circostanza quasi non ha valore, lui davanti la Corte ha insistito che gli unici che avevano interesse ad uccidere Rostagno erano soggetti della Comunità Saman: «Lui (Rostagno ndr) era un tipo rigido, onesto, noi all’epoca indagavamo sull’amministrazione della Comunità, c’erano cose nei conti che erano irregolari, siamo sicuri che se Rostagno li avesse scoperti non poteva mai essere disponibile a coprirli». C’è per Montanti poi un altro episodio, lo spaccio (pochissima «roba») tra gli ospiti della comunità che lavoravano con Rostagno a Rtc. Si può uccidere per questo? Organizzare un commando, prendere un’auto rubata, usarla, poi bruciarla.

"Una pista che fa comodo". Ma i punti di vista, investigativi, diversi sono stati anche su altro. Per Montanti ad un killer di mafia non può mai scoppiare in mano il fucile, ma non sapeva però che a uccidere è stato anche un killer armato di revolver, per Germanà lo scoppio è dovuto ad un sovra caricamento, e la mafia per Germanà questo lo ha spesso fatto per avere sicurezza che la «vittima» non ne uscisse viva, per i carabinieri questo è semmai comportamento tipico «dei cacciatori che vogliono risparmiare». Ma c’è anche altro. Germanà ha puntato dritto sugli editoriali e gli interventi televisivi in tv fatti da Rostagno. Se i carabinieri hanno dovuto ammettere (luogotenente Beniamino Cannas, all’epoca brigadiere) che «era un nuovo modo di fare giornalismo», stranamente poi in aula Montanti e Cannas hanno detto di non conoscere addirittura il contenuto degli interventi televisivi di Rostagno. Incredibile, i carabinieri che di solito sono gli «occhi» più attenti nel territorio non seguivano le cronache della stampa e sopratutto quel Rostagno che Montanti peraltro ha detto che già conosceva, da Milano, lo aveva rivisto a Trapani, non si erano mai detti molto, l’ultima cosa che lui ha detto di avergli detto è stato, «vai Mauro che ce la fai» quando lo vide disteso su una barella al suo arrivo in ospedale dopo l’agguato, ma Rostagno era già morto. Ma per i carabinieri la pista mafiosa «era solo da sbeffeggiare», «faceva solo comodo a certa stampa».

Germanà invece nel suo rapporto ha fatto molto riferimento agli interventi televisivi di Rostagno, contro la cattiva politica e la malamministrazione della cosa pubblica, il traffico e lo spaccio di droga, la mafia, con interviste anche qualificate, allo scrittore Marcello Cimino, al procuratore Borsellino. Tutto questo ai carabinieri è sfuggito, tanto da non avere mai pensato a sequestrare le cassette con gli interventi televisivi di Rostagno. «Non c’erano elementi che ci portavano alla mafia» ha detto Montanti, «ogni cosa che vedevamo ci faceva pensare alla mafia» ha detto Germanà. Ma alla fine a indagare furono i carabinieri. A capo della Procura all’epoca cera il dott. Nino Coci, Nazareno Montanti ha detto che «non era facile parlare col procuratore», ma senza parlare su una cosa i due erano d’accordo, «non era stata la mafia» perchè questo pubblicamente un giorno il procuratore Coci ebbe a dire, sostenendo che nessun organo investigativo gli aveva mai presentato un rapporto sull’esistenza della mafia a Trapani. L’ordine era «silenzio» e Germanà a Trapani forse per questo non ci restò molto, e poi nella stagione stragista del 1992 doveva essere ucciso.

Una perizia non ripetuta fino al 2009. Tutto questo succedeva nel 1988 mentre si diceva che la mafia a Trapani non esisteva, a Mazara trascorreva la latitanza il capo dei capi Totò Riina e Bernardo Provenzano viveva in città e portava  i figli in una scuola del centro storico. La mafia cambiava pelle, non solo «campieri» o trafficanti di droga, ma anche appalti e politica nella sua «agenda». Le differenze investigative tra Polizia e Carabinieri sono state forse decisive in questi quasi 23 anni trascorsi dal delitto, e si è dovuta attendere la felice intuizione di un «brigadiere» di polizia, “Nanai” Ferlito, che riprendendo il fascicolo pose all’allora suo dirigente della Mobile, Giuseppe Linares, una domanda semplice, se mai erano stati ripetuti i confronti balistici tra i delitti Rostagno e quelli successivi. A nessuno fino ad allora era mai venuto in mente di farlo. Il confronto balistico ha fatto combaciare alcuni delitti di mafia con l’omicidio Rostagno.

La nuova indagine. Oggi si aprono nuovi scenari non incompatibili col processo in corso. «La pista mafiosa non esclude le altre» si legge in uno dei passaggi giudiziari che sono finiti dentro al processo in corso dinanzi alla Corte di Assise. La stessa affermazione costituisce un elemento dello «stralcio», della nuova indagine che è in corso sul delitto Rostagno, «fu mafia ma non solo mafia» ripete il procuratore aggiunto Antonio Ingroia.

È indicativa degli «scenari» la circostanza che il «passaggio» è contenuto in una delle richieste di archiviazione, quella relativa alla posizione dell’ex guru Francesco Cardella, la magistratura ha dovuto archiviare ma i dubbi sono rimasti. Tant’è che su Cardella nella richiesta di misura cautelare firmata dalla Dda di Palermo contro Vincenzo Virga e Vito Mazzara, i magistrati continuano a fare stagliare tante «ombre». Ma la novità che emergerebbe dallo «stralcio» in corso, e sul quale i magistrati della procura antimafia di Palermo stanno lavorando, non riguarda le «piste» delle quali si è tornato a sentire dire, Lotta Continua e il delitto Calabresi, il contrasto per una intervista tra Rostagno e Cardella, oppure l’impegno di Rostagno per la liberalizzazione delle droghe, o ancora l’invito fatto da Rostagno a Renato Curcio (il capo delle Br all’epoca prossimo alla semilibertà), e infine i «colleghi» di Rtc di Rostagno trovati a «bucarsi», ma riguarda proprio gli «affari» che la mafia all’epoca stava conducendo e rispetto ai quali Rostagno poteva essere un «nemico» indiretto perchè «disturbatore» della tranquillità cittadina dove era riuscito a piantare «radici» un groviglio di interessi venuto fuori, e in parte, solo dalla fine degli anni ’90 in poi, mafia, politica e imprese. Prima di essere ucciso (lo dicono i suoi editoriali) intensa si era fatta la sua attività di approfondita conoscenza del mondo politico locale, forse apposta per scrutarne qualche aspetto «segreto»: i politici da lui presi nel mirino sono gli stessi che anni dopo sono finiti a riempire con i loro nomi le cronache giudiziarie e quelle antimafia.

Mafia e poteri forti, come la massoneria. C’è questo dentro l’indagine in corso a Palermo? Sembra proprio di si. Anche se ancora contro ignoti.

C’è un altro particolare del quale bisogna tenere conto. L’insistenza dei carabinieri del col. Montanti di inseguire altre piste per il delitto, come quella «interna» alla Saman, malamministrazione e il fatto che alcuni ospiti continuavano a spacciare a a drogarsi, trova inquietante riscontro nell’unico rapporto ufficiale presentato dalla struttura para militare di Gladio che aveva una «cellula» a Trapani, il centro Scorpione. L’unica relazione presentata riguardava proprio la Saman e un traffico di droga con coinvolti soggetti della comunità.

 

Una mano si portò via la cassetta. È tra queste carte che bisogna cercare i depistaggi che nell’indagine sul delitto Rostagno sono stati più che evidenti. Anche «provate» da certe testimonianze in Corte di Assise, subito emerse ad avvio di processo. Qualcosa di losco è ancora accaduto quella sera del 26 settembre 1988, se a sentire alcuni testi appena un quarto d’ora dopo il delitto la porta dell’ufficio di Rtc che apparteneva a Rostagno fu aperta e qualcosa sparì dal suo tavolo. Tutti finora hanno cercato una cassetta video, e invece si tratterebbe, come ha ricordato Maddalena Rostagno, la figlia di Mauro, di una cassetta audio.