Mauro Rostagno

Udienza 23 marzo 2011

Rostagno si torna in aula. I verbali rimasti sepolti

Di Rino Giacalone

Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle deposizioni che hanno suscitato più di qualche perplessità dei carabinieri che in quel settembre del 1988 si occuparono delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. E sui carabinieri che in quel periodo hanno ammesso che avevano frequentazioni con lo stesso Rostagno, quei rapporti che possono instaurarsi tra giornalisti, quale era diventato Mauro Rostagno, dopo avere fatto un turbine di altre cose, che hanno riempito la sua vita mai senza significati, e le cosidette “fonti”, investigatori in questo caso, specificatamente carabinieri e ancora più per essere specifici con l’allora brigadiere oggi luogotenente dell’Arma, Beniamino Cannas. E se l’allora comandante del nucleo operativo provinciale dei carabinieri di Trapani, generale, in pensione, Nazareno Montanti senza tanti come e perché ha detto che per il delitto si è imboccata (da parte dell’Arma) una sola pista, quella del delitto maturato come “vendetta” per vicende interne alla comunità Saman – ha detto di avere escluso la pista mafiosa perché non sono emersi mai elementi in tal senso, e figurarsi allora a dire che non c’era la mafia a Trapani era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci – il luogotenente Cannas pare abbia avuto gravi vuoti di memoria. Ha ricordato gli incontri con Rostagno come se fossero casuali, incontri per strada, quasi sempre conclusi con la ripromessa da parte di Rostagno di andarlo a trovare in ufficio.  E Rostagno in ufficio, dai carabinieri, ci andò, ma non per una visita di cortesia, ma per essere sentito con tanto di verbale sottoscritto. E dovette andare anche in Tribunale,. Davanti al giudice istruttore. Possibile che di tutto questo i carabinieri non abbiano più memoria?

A ricostruire buona parte di questa vicenda è stato lo scrittore Salvatore Mugno nel libro “Mauro è vivo”. Da cosa partiamo? Cominciamo da un editoriale di Rostagno fatto in tv a Rtc il 22 febbraio del 1988. Sono i giorni a Trapani dell’esplosione del caso Iside 2, della loggia massonica coperta, e deviata, trovata dalla Squadra Mobile dietro il paravento di un centro culturale, il centro Scontrino, a muoverne le fila un professore di filosofia, Gianni Grimaudo, un agente di viaggio, Natale Torregrossa, e poi una serie di personaggi. Gli elenchi trovati erano pieni di nomi “pesanti”, politici, burocrati, dirigenti di banca e di prefettura, “questurini”, e con loro mafiosi. L’intervento in tv fatto da Rostagno suscita qualche imbarazzo in chi lo conosce perché sorprendentemente (per questi che si dichiaravano malamente sorpresi, uscì anche un articolo di critica su L’Espresso) Rostagno non segue la sica dello scandalo e invita i giornalisti alla prudenza a lasciare svolgere i processi nell’aula di giustizia. Paradossalmente proprio lui che non poteva sapere certo che la giustizia per il suo omicidio avrebbe cominciato a muovere i giusti passi 23 anni dopo e proprio grazie al “processo” sociale mosso contro la mafia e i possibili autori del delitto rimasti tanto tempo “salvaguardati” non si sa ancora né perché né per come. Ma questo è un altro discorso. Andiamo di nuovo a quel 22 febbraio 1988. L’editoriale di Rostagno. Lui riprende le notizie di stampa e dice che queste non trovano del tutto riferimento negli atti giudiziari, e che tutto questo, compresa una intervista fatta da un tv concorrente a Rtc a un personaggio che non si mostrava in viso, secondo Rostagno faceva danno alla verità che andava cercata su quegli accadimenti e su cosa avveniva dentro quella loggia coperta. Col senno di poi certo le parole di Mauro risultano infondate, il circolo Scontrino era una pentola che ribolliva di malaffare e intrecci e probabilmente l’alto grado di influenza saputo esercitare non solo tenne per 10 anni il processo fermo, ma infine fu un processo contro quattro gatti. La parte importante che scrive Rostagno è invece attuale, è rivolta ai giornalisti, e sembra fatta apposta per i tempi nostri: parlando degli estensori degli articoli sullo scandalo della massoneria trapanese (dove probabilmente fu usata qualche fonte che doveva semmai finire imputata in Tribunale) Rostagno dice, “hanno creato una notte buia dove tutti i gatti sono neri…lasciamo che i  giudici inquisiscano…lasciamo che i giudici accertino”.

Tre giorni dopo per questo editoriale Rostagno fu sentito dai carabinieri del nucleo operativo, sentito a “sommarie informazioni”, a firmare quel verbale con Rostagno è proprio il brigadiere Cannas. I carabinieri chiedono notizie sul suo editoriale del 22 febbraio. E così Rostagno racconta, i contatti con esponenti di quelle logge, “volevo capire e conoscere i fatti”, per chiedere incontri, prima negati e poi concessi, fatti alla presenza di un avvocato vicino alla loggia, William Sandoz. C’è però un passaggio in questo verbale che non si capisce da dove consegue e però apre uno scenario, uno di quelli rimasti in sospeso nelle indagini sul delitto. Rostagno ad un certo punto dice che dal colloquio avuto con gli esponenti di quella loggia, questi soggetti (Torregrossa e Sandoz) questi non solo escludevano le interferenza del gran maestro Licio Gelli e della sua P2 nella loggia trapanese ma escludevano qualsiasi coinvolgimento “nel traffico di armi e droga ed i servizi segreti stranieri”. Da dove veniva questa affermazione. Nel verbale non si trova riferimento, ma Rostagno ne parla. Rostagno non sembra essersi disinteressato alle vicende della loggia del circolo Scontrino, tutt’altro perché ai carabinieri dimostra di saperne più di quello che aveva detto in quel suo editoriale, e cioè che Gelli in effetti i massoni trapanesi lo avevano incontrato, che Grimaudo era stato presso l’ambasciata  bulgara di Roma, che addirittura in casa del boss mafioso mazarese Mariano Agate si era tenuta una riunione tra massoni e mafiosi di alto rango. Rostagno per la verità in quell’occasione dice di non sapere bene specificare se la riunione si tenne a casa di Agate o in quella di un altro boss, il campobellese Natale L’Ala, il boss ucciso dopo un paio tentativi andati a vuoto per una faida dentro Cosa nostra, un boss che ottenne dalla prefettura una patente che non poteva avere. Grazie alle raccomandazioni della massoneria segreta della Iside 2. Rostagno non svela la fonte, ma all’orecchio di qualcuno (tanto per restare in argomento massoneria) quella fonte potrebbe essere stato un politico, uno di quelli, come l’on. Canino che aveva visto la sua campagna elettorale e ancora quella successiva alla sua prima elezione, messa in difficoltà da ingerenze mafiose, che anni dopo sarebbero emerse platealmente e in quell’occasione a favore di altro candidato (si fece il nome di Pino Giammarinaro nel 1991 eletto all’Ars con oltre 50 mila voti) lui che poi è finito sotto processo per mafia (processo sospeso) perché con una parte di quella mafia avrebbe fatto accordi. Lo spaccato è clamoroso: la mafia in quegli anni si sarebbe divisa seguendo la politica, in correnti se si seguiva il filone democristiano, o ancora dirottando i voti verso un solo partito, il Psi di Craxi. Cosa nostra non da ora e non solo dal 1994, epoca dell’avvento in politica di Berlusconi, è stata sempre impegnata a cercare referenti politici. Ma anche questa è un’altra storia.

Torniamo ancora agli interrogatori di Rostagno che sembrano caduti nel dimenticatoio. Dopo essere stato sentito dai carabinieri e da Cannas, sperando che questi ritrovi la memoria,. Il 23 marzo del 1988 Mauro Rostagno viene sentito dal giudice istruttore Trovato e dal pm Franco Messina. Oggetto ancora un editoriale, del 15 marzo precedente. Gli argomenti toccati da Rostagno si fanno ancora più delicati si parla di appalti pubblici, della costruzione di case popolari, dell’aeroporto, della presenza a Trapani di grossi gruppi imprenditoriali catanesi, i Costanzo, i Rendo, i Graci, soci della recogra l’impresa che costruirà l’aeroporto Vincenzo Florio, 10 miliardi stanziati negli anni ‘80. A vigilare sul cantiere sono i fratelli Minore, capi mafia di Trapani. E sapete di chi parla Rostagno in quel’editoriale, di Ciccio Pace, il personaggio riconosciuto capo mafia di Trapani nel 2001, di lui Rostagno dice è imprenditore grazie ai mafiosi. Rostagno forse non lo sa ma va muovendosi attorno alla galassia mafiosa che circonda il boss Mariano Agate, quello che gli mandò a dire di non dire minchiate sul suo conto stando dietro la gabbia degli imputati durante il processo per l’uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari. Il nome di Ciccio Pace Rostagno lo pronunzia dievrse volte e lo collega allo scandalo dell’epoca relativo alla Cassa Rurale Ericina, fondi neri e fatture false, complici proprio i cavalieri del lavoro di Catania, Rendo, Graci e Costanzo, 7 miliardi di vecchie lire spese a pagare tangenti, pizzo, campagne elettorali, nel frattempo i lavori all’aeroporto sono finiti ma di fatto è stata creata una struttura che quando piove si allaga per esempio, ma ciò non di meno fu inaugurato nel 1982 da Bettino Craxi. L’editoriale si conclude citando la massoneria dello scontrino gli intrecci tra personaggi della loggia e l’aeroporto. Vicende che emergeranno anni dopo in altri processi, come quello contro il senatore a vita Giulio Andreotti che sarebbe atterrato a Trapani riuscendo a non essere mai visto. Nella stessa data altro servizio di approfondimento a Rtc, a parlare della mafia catanese, di mafia ed impresa,  degli esattori Salvo, di tano Badalamenti e del sequestro Corleo, dell’alleanza potente tra gli Agate e i mafiosi di Corleone capeggiati da Totò Riina. Conclusione di Rostagno, la mafia trapanese non è una mafia provinciale, ma che è capace di comandare a livello regionale. Era il 1988 era l’unico a dire queste copse, che salteranno fuori ufficialmente negli atti giudiziari dei tempi odierni. Ci sono voluti anche in questo caso 20 e passa anni. Rostagno dopo questo intervento televisivo viene sentito a Palazzo di Giustizia, chiamato ancora a parlare delle sue conoscenze sulla massoneria segreta.

Vogliamo continuare a dire che Rostagno in tv si occupava di bazzecole? O vogliamo ricordare (ce lo dice Chicca Roveri, la sua compagna) che in quel periodo del 1988 cominciarono a giungere a Rostagno lettere anonime e minacce? Un caso tutto questo? Certo i nomi che faceva all’epoca all’opinione pubblica non dicevano nulla, ma è un caso che parlò di Ciccio Pace destinato a diventare per ordine di Matteo Messina Denaro nel 2001 il capo mafia di Trapani? Lui aveva inquadrato il personaggio di Pace, qualcuno ancora oggi si ostina a non credere allo spessore mafioso di cui gode il soggetto, condannato a quasi 20 anni di carcere, quello che intercettato andava dicendo che doveva far trasferire prefetti, questori e dirigenti della Mobile.

Non ci sono elementi nel delitto Rostagno che portano alla mafia? Più si scava nei faldoni processuali e più elementi si trovano, scritti e conservati. Noi li stiamo rileggendo, speriamo che lo facciano anche magistrati e giudici, e anche chi sostiene che Cosa nostra non c’entra nulla. La mafia c’entra nel delitto e c’entra con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, aggiungo sommessamente io, oggi come ieri.

Rino Giacalone

 

Processo Rostagno, le omissioni di un maresciallo dei carabinieri Indicato come la punta di diamante, infila tanti non ricordo nelle risposte

di Rino Giacalone

 

Non è stata una udienza priva di colpi di scena quella del 23 marzo del dibattimento per il delitto di Mauro Rostagno. Presenti i due imputati, Vincenzo Virga in video conferenza, e Vito Mazzara, in aula, sul pretorio è tornato il luogotenente dei carabinieri Beniamino Cannas, all’epoca del delitto, brigadiere presso il nucleo operativo provinciale. I carabinieri hanno escluso la pista mafiosa, sostenendo, anche durante il processo (testimonianza oltre che di Cannas anche del suo ex comandante Nazareno Montanti), di non avere trovato elementi, ma Montanti prima e Cannas adesso, dinanzi alle domande poste dai pm che hanno evidenziato tra le righe come gli elementi che conducevano alla matrice di Cosa Nostra erano «a portata di mano», hanno cercato di cavarsela «glissando», con i non ricordo. Cosa che ieri nei confronti di Cannas ha portato il presidente della Corte di Assise, giudice Angelo Pellino, a richiamare quasi il teste dinanzi all’ennesima dichiarazione con la quale cercava di porsi lontano dalle indagini sul delitto Rostagno: «Non è comprensibile – ha detto Pellino – come il suo ex comandante l’ha indicata a noi come una “punta di diamante” e lei oggi viene a dirci che non si occupava delle indagini». Il luogotenente Cannas aveva detto che «lui di mafia non si occupava, ma di droga».

Cannas se le è presa anche con la stampa a proposito delle notizie pubblicate su verbali di sommarie informazioni dei quali fu oggetto Rostagno proprio da parte sua che solo ieri e nell’ultima parte della sua deposizione si è ricordato: sentì Rostagno a proposito di mafia e massoneria. «I giornalisti – ha detto – mi hanno voluto mettere in cattiva luce».

A richiamare il teste è stato anche il pm Gaetano Paci. Cannas infatti ha riferito di un colloquio con Rostagno, causale, per strada, a fine agosto 1988. «Parlammo di diverse cose, anche dell’indagine cui era coinvolto sul delitto Calabresi. Mi disse che se gli davano il tempo avrebbe chiarito tutto. Poi ricordo un’altra frase, “si tratta di un errore di gioventù”». «Ma messa in relazione a cosa?» ha chiesto il pm. «Non ricordo – ha risposto il teste – ma sicuramente non si riferiva al delitto Calabresi». Ed allora il pm Paci ha tirato fuori un verbale del 1992 dove quella frase lui (sentendo Carla Rostagno, sorella di Mauro) la metteva in relazione al delitto Calabresi. «Come è possibile – ha chiosato il pm – che si scrivono relazioni di servizio così generiche?». Non è servito a Cannas ricordare che durante la sua carriera ha arrestato «800 persone».

Sono poi emerse clamorose anomalie: il mancato immediato sequestro delle cassette con la registrazione degli interventi in tv, a Rtc, di Rostagno, «fu fatto sette mesi dopo il delitto» (ma un altro teste, il regista Alberto Castiglione ha ricordato che nel 2005 trovò un magazzino con migliaia di cassette). E poi quel verbale di sopralluogo sul luogo del delitto che Cannas firmò mesi dopo il delitto. «Come è possibile questo?» ha chiesto il presidente Pellino. «Fino ad allora avevamo lavorato con gli appunti che avevamo preso» la risposta di Cannas.

L’audizione del luogotenente Beniamino Cannas si è conclusa con una dichiarazione del pm Paci che ai giudici ha anticipato che chiederà ai carabinieri di produrre tutti i documenti conservati nei loro archivi che hanno come oggetto eventuali audizioni, a qualsiasi titolo di Mauro Rostagno. I verbali indicati sulla stampa, quelli davanti ai carabinieri e dinanzi all’allora giudice istruttore di Rostagno, come persona informata dei fatti, a proposito di mafia e massoneria, hanno infatti lasciato sorpreso il magistrato, «non sono dentro ai fascicoli processuali, mi chiedo perchè non ci sono stati mai trasmessi» ha detto Gaetano Paci. La difesa di parte civile di Chicca Roveri e Maddalena Rostagno, avv. Carmelo Miceli, ha prodotto invece copia dell’intervista rilasciata da Rostagno a Claudio Fava per King nel 1988 e il libro dello scrittore Mugno dove sono raccolti gli editoriali di Rostagno a Rtc. Su quest’ultimo libro le difese si sono opposte. I giudici si sono riservati.

L’udienza dopo Cannas era proseguita con l’audizione dell’ex comandante provinciale della Finanza, oggi generale Ignazio Gibilaro, comandante provinciale della Gdf a Roma. Ha riferito degli accertamenti nei confronti di Cicci Cardella sull’uso di un «veliero» il «Povero Vecchio»: «Sospettavamo che lo usava per trasporti clandestini di personaggi arabi ed egiziani, una volta lo sequestrammo perchè a bordo fu trovato un “portale” di pietra di importazione clandestina».

Ma il colpo di scena vero e proprio è stato anche un altro. Ed ancora durante la deposizione del luogotenente Cannas, quando gli è stato chiesto se fu fatto l’accertamento su quello scontrino di macelleria trovato nella cava, vicino all’auto bruciata e che fu usata dai killer che uccisero Rostagno. I carabinieri hanno sostenuto che a fare quell’acquisto erano stati tre operai che quel giorno erano andati in quel luogo quasi a farsi una scampagnata, saltando la giornata di lavoro, comprarono della salsiccia per arrostirla e fare pranzo. Ma quella macelleria non era una macelleria qualsiasi, era quella di Crocci di proprietà di Francesco Virga, nipote del capo mafia Vincenzo. Francesco Virga fu indagato dalla Polizia diversi anni dopo. Tutto è avvenuto per caso? Anche quello scontrino lasciato in quella cava? Possibile che i carabinieri, come hanno detto i pm Paci e Ingroia, hanno con tanti elementi in mano «sbeffeggiato» la pista mafiosa a proposito del delitto Rostagno.