Ustica / Il Testimone

Dieci Domande a Mario Ciancarella


di Laura Picchi

n. 19 Casablanca


Ustica / Il TestimoneMario Ciancarella al momento della strage di Ustica era Capitano Pilota della F.A. nonché leader del Movimento Democratico, che nasceva dalla contaminazione delle forze armate con la cultura sociale e democratica ed era nato negli anni '70 dalla voglia di molti militari di ogni ordine e grado di confrontarsi e organizzarsi per arrivare alla rivendicazione di una riforma costituzionale e democratica delle forze armate. Convocato e ricevuto - con Sandro Marcucci e Lino Totaro - al Quirinale da Pertini, Mario Ciancarella era divenuto referente delle rivelazioni da tutta Italia delle vere o false ignobilità che si compivano nel mondo militare. Fu così che ricevette la telefonata di Alberto Dettori - suicidato nel 1987 - che gli disse "Comandante siamo stati noi...".


1) 27 giugno 1980 - 27 giugno 2011. Trentuno anni dalla strage di Ustica. Si riesumano teorie, versioni, interviste, nomi. Solo del capitano Mario Ciancarella nessuno parla. Ne, sembra abbia voglia di parlarne. Eppure tu hai deposto per ben quattro volte davanti al magistrato.
Perché a tuo parere c'e questa rimozione di Ciancarella?

Vedi tra i metodi per liberarsi di scomodi o pericolosi testimoni non c'è solo l'omicidio o, il suicidio mascherato, basta anche il semplice discredito.
Il giudice Priore dopo avermi ascoltato (sempre su sua convocazione, a seguito di mie prese di posizione pubbliche), nella sua sentenza ordinanza di rinvio a giudizio mi classifica tra gli “inconsapevoli portatori di elementi inquinanti”. In questo modo evitava di dovermi rinviare a giudizio (in quanto inconsapevole) ma al tempo stesso si sottraeva alla necessità di verificare in un eventuale dibattimento le circostanze politiche e militari della strage che gli avevo prospettato e che lui esplicitamente si era rifiutato di voler indagare, dicendomi chiaramente come gli ho ricordato ma lei non ha capito che io al livello politico non intendo arrivare?"
È una mancanza che difficilmente potrò perdonare al giudice Priore (al quale ho inviato due lettere al riguardo), non per me stesso ma soprattutto per Sandro Marcucci, cui è stata sottratta la vita ed il futuro di relazione umana e familiare, per essersi esposto eccessivamente.
La delegittimazione, che, nasce dal discredito specie se giudiziario, è lo stesso metodo che sarebbe stato adottato nei miei confronti, poco dopo la sentenza-ordinanza del giudice Priore, anche per l'omicidio di Emanuele Scieri.
S'incarcera Ciancarella per le rivelazioni di cui egli si fa portatore presso il magistrato, al fine di screditarne la credibilità. Poi ben cinque procedimenti - compreso quello attivato personalmente dal generale Celentano - si concludono con il pieno proscioglimento di Ciancarella.

2) Hai prospettato in ogni modo, un'ipotesi della strage, vera o presunta, l'autorità giudiziaria ne ha tratto spunto per riascoltare il testimone e avviare indagini conseguenti?

No, sia per successive e corrette indagini, sia per acquisire maggiore consapevolezza sulle dinamiche interne del mondo militare, essenziale per comprendere gli accadimenti che si consumano in quegli ambienti così specifici.
Ciancarella, delegittimato dagli arresti o da una sentenza pilatesca, non merita più credito né dai media né dagli investigatori.
Tuttavia, per quanto non citato o rimosso, nell'immaginario collettivo ed istituzionale, io sono lì come un macigno a minacciare la tronfia sicurezza dei responsabili di quegli omicidi e della strage di Ustica i quali, ritengono di essere usciti indenni da una inchiesta che si è fermata - forse per pavidità,
forse per esaurimento e sfinimento dell'autorità inquirente - sull'orlo dell'orrido baratro cui si era affacciata.

3) Quale era questo terribile scenario che tu cercavi di rappresentare al magistrato? Cosa lo rendeva così tragico da giustificare trenta anni di menzogne, depistaggi, ulteriori omicidi?

Lo scenario cui pervenimmo Sandro Marcucci ed io descrive una strage volontaria e premeditata che fu eseguita dalla nostra forza armata per soddisfare un'esigenza dell'intelligence statunitense,la quale, era impedita ad eseguirla direttamente, per l'intervenuta direttiva Carter. Quella direttiva (dopo le rivelazioni del coinvolgimento diretto dell'intelligence statunitense nel golpe cileno) sulle attività dei servizi americani in territori esteri stabiliva che simili attività avrebbero potuto essere svolte solo con la diretta ed esplicita approvazione del presidente statunitense.
È chiaro che, dopo il fallimento dell'operazione eagle claw (martello d'aquila) in Iran dell'aprile 1980 i servizi americani non avrebbero mai potuto ottenere dal presidente il consenso ad una successiva operazione Ustica. Attivarono il piano Ustica, da tempo predisposto, affidandone l'esecuzione al nostro paese con il consenso consapevole e l'intervento dispositivo del presidente del consiglio Francesco Cossiga e del ministro per la difesa Lelio Lagorio.


Si trattava di applicare una modalità prevista nei “manuali” descritta come “l'attacco alla fattoria”. quella cioè che consente di liberarsi di uno scomodo ed insopportabile nemico - un “capo indiano” (nel caso specifico Gheddafi) - attribuendogli un crimine che avremo però provveduto noi stessi a consumare.


4) Essendo noi nazioni democratiche, non sarà necessaria la legittimazione sociale ed internazionale? Come fare?

Certo. Predisponendo un attacco violento contro di noi, ed attribuirlo all'avversario.
Il raggiungimento di questo obiettivo ci sarà consentito ad esempio dalla consumazione del crimine ad opera di nostri operatori travestiti come il nemico ed armati con le sue armi, di una strage di “coloni di fattoria” . Coloni “nostri” ma “poco significativi” nel quadro della “grande politica” che, faremo ritrovare uccisi con le armi dell'indiano e cercando di attivare e realizzare la ritorsione nel tempo più breve possibile per evitare che eventuali tracce significative lasciate imprudentemente dagli esecutori travestiti da indiani possano contribuire a discolpare l'obiettivo finale del nostro piano criminale.
Per Ustica, il progetto era: se riusciremo ad attirare nei nostri cieli un velivolo con a bordo il “capo indiano” (ed è qui che scatta la complicità internazionale di Francia e Polonia per la costruzione della trappola nella quale attirare quel capo indiano), potremmo al suo passaggio, abbattere un velivolo civile e attribuirne a lui la responsabilità facendo ritrovare sulla scena del crimine l'arma dell'indiano. Nel nostro caso il mig, il cui pilota infatti sarebbe stato trovato con indosso la confessione di aver proceduto ad abbattere lui stesso il velivolo civile su ordine di Gheddafi che viaggiava invece su un tupolev - lo zombie 56 presente ed attivo nello scenario di Ustica. La confessione è completamente - sparita, ma c'è certezza giudiziaria.

5) C'è un particolare che depista? Perché tutti ci hanno raccontato di un attacco diretto a Gheddafi?

Si. Il particolare che spesso depista i ricercatori della verità, quando appare chiara l'intenzione di “eliminare” il leader libico, è che non si sarebbe trattato di un attacco diretto a Gheddafi ma dell'attribuzione della strage a lui e ad un suo ordine - lasciandolo dunque transitare tranquillamente verso la sua destinazione, dove però sarebbe stato fermato per essere processato - o ucciso, è da vedere - incolpandolo cioè di aver ordinato ad un suo mig di scorta di abbattere un velivolo civile italiano. Cosa che doveva essere confermata dalla cattura del mig e del pilota, che avrebbe confessato e subito dopo, sarebbe stato rilasciato. Ciò avrebbe giustificato l'immediata cattura di Gheddafi in Polonia e la tempestiva reazione e ritorsione contro Tripoli, dove era già stato predisposto peraltro un colpo di stato, per conto e nell'interesse dell'occidente organizzato con l'attiva partecipazione degli italiani.

6) Una ipotesi molto interessante, difficile da capire per i comuni mortali. Forse solo gli addetti ai lavori. Tuttavia, cosa fece saltare questo ipotetico piano? Insomma perché prese una piega diversa?

Avvenne che i servizi andreottiani, in conflitto con i servizi cossighiani e vicini al leader libico, lo sollecitassero a sparire dai nostri cieli appena in tempo per evitare di incrociarsi con il dc9 - vittima predestinata e scelta solo al momento in cui Gheddafi aveva richiesto un decollo con destinazione Varsavia che, se non si fosse trattato di una trappola, sarebbe stato impossibile venisse autorizzato proprio in quei giorni. Appena in tempo per far sì che il colonnello cadesse con il suo aereo, ma troppo tardi per riuscire a fermare l'operazione d'abbattimento del dc9. Distruzione volontaria e premeditata.
Ormai avviata.
Sullo scenario erano rimaste le vittime civili ed era rimasta un'arma indiana (il mig), ma, non l'indiano che avrebbe dovuto utilizzarla.
Non pochi allora si sarebbero chiesti cosa ci facesse proprio lì un mig e come fosse possibile che volasse in quello spazio aereo, senza avere neppure la necessaria autonomia per arrivarci da Bengasi, e senza essere stato rilevato dai nostri radar sia in quella porzione di spazio aereo che nel suo percorso. Si decise così di abbattere anche il mig.
Comincia perciò una serie impressionante e micidiale d'errori di valutazione, d'alterazioni di dati, di pavidità dei periti che, non vollero mai giungere a conclusioni ritenute “pericolose” a livello personale e di “interesse di stato”. Uno scenario squallido e scellerato che si trascinerà per venti anni, fino alla confessione del generale Arpino di fronte alla commissione stragi nel novembre del 1999. Una rivelazione accolta, purtroppo, nella generale indifferenza
dei commissari e della pubblica opinione, Anzi, si ritenne opportuno, addirittura di ringraziare l'ufficiale per la “nuova collaborazione” dimostrata con quella confessione.
Alla ignobiltà dei nostri rappresentanti politici non c'è limite.
La mia vicenda personale (radiato con la falsificazione della firma del Presidente Pertini) certifica e testimonia a cosa siano capaci di arrivare e realizzare ambienti di raffinate ed esasperate prerogative quando, essi devino verso obiettivi diversi da quelli costituzionali.

7) Ma di tutto questo il giudice Priore non sembra dare alcun conto nella sua sentenza di rinvio a giudizio. Come valuti questa circostanza?

Io so che lui d'indagini conseguenti ai miei interrogatori n'abbia effettuate tante, benché abbia poi detto di non aver trovato riscontri oggettivi alle mie affermazioni.
Un esempio. Quelle sferule nel bordo d'attacco dell'ala che confermavano un attacco con missile inerte le ha trovate, ed ha dato incarico a dei periti di individuarne la provenienza. Se i periti non hanno poi saputo o voluto indicare la natura, né suggerire ipotesi al magistrato, non è colpa di chi per primo aveva parlato al magistrato di quelle sferule. Senza avere alcuna certezza che nel “cadavere dell'aereo” ne avrebbero potute ritrovare alcune.


Quando il missile esplode, infatti, quelle sferule vengono sparate via ad altissima velocità, il doppio di quella del suono.
Solo un caso fortuito ha fatto si che se ne potessero trovare nella struttura alare. Non aver individuato la natura di quelle sferule ha significato non essersi potuti porre l'interrogativo fondamentale se davvero si voleva sostenere la tesi del conflitto aereo, come anche in questi giorni Priore è tornato a sostenere.
In un conflitto aereo (previsto o no), che il magistrato ritiene esserci stato, c'è qualcuno che viaggi con missili a testata inerte?
Senza risposta a questo interrogativo diventava allora impossibile capire che si era trattato di un piano studiato nei minimi particolari, fino alla previsione e costruzione del “possibile alternato”: Se qualcosa, come poi è accaduto, fosse andato storto, era infatti, necessario, determinare un “effetto bomba” con il quale poi si sarebbe accreditata la indecorosa versione dei “bombaroli”, Nonostante l'assenza di residui d'esplosivo.
Un Missile a testata inerte determina l'esplosione del velivolo pressurizzato così come uno spillo determina lo scoppio di un palloncino, con un effetto “bomba”.
Vale a dire con una sequenza dall'interno verso l'esterno.
Non solo. Che vi fossero dei missili a testata inerte che mancavano negli arsenali della forza armata, il giudice Priore ha potuto verificarlo direttamente. Avrebbe potuto chiedere (cosa che in ogni modo non ha fatto) il sequestro di un qualsiasi esemplare per raffrontare la natura delle sferule stabilizzatrici
con quelle trovate nell'ala del dc 9, solo che gli è stato detto che all'appello ne mancavano ben sei, non uno solo.
L'aeronautica non ha saputo o voluto offrire nessuna valida spiegazione a questa “fuga di missili”. Ora è evidente a chiunque che, se manca una sola testata è più facile seguirne il percorso e capire dove e come sia stata “sottratta”, ma, se le testate sono sei, tutto diviene più complicato., Una
forza armata ha messo dunque a rischio anche la propria immagine, presentandosi come incapace a controllare la disponibilità di missili dei propri arsenali (missili non lapis o oggettistica insignificante), pur di rendere evanescenti le reali condizioni in cui abbiano operato i suoi uomini nella realizzazione di un progetto criminoso.
Potremmo dire ancora degli organici dei controllori che furono setacciati da Priore, (sempre dopo le mie deposizioni), oppure della ricerca delle strips di volo, o ancora la richiesta di nastri registrati a Pratica di Mare. Purtroppo, sempre, con procedimenti assolutamente inefficaci perché svolti o fatti
svolgere dalla stessa organizzazione sospettata della responsabilità diretta del crimine, ottenendone quindi, ora delle dichiarazioni evidentemente false, ora delle alterazioni o negazione di documenti, per arrivare infine all'ignobile pantomima del nastro di codici interpretativi nato per la decodificazione dei tracciati di volo.
Purtroppo la legislazione non aiuta i magistrati ad indagare gli ambienti militari e ci sarebbe bisogno di magistrati che rivendichino con uno scatto di orgoglio il proprio compito, funzione e potere di indagare senza limitazioni o costrizioni.

8) Inquietante. I politici hanno preso mai posizione?

I nostri parlamentari hanno sempre finto di non rendersi conto di questa necessità di legiferare su simili circostanze, contribuendo così ad accrescere il senso di solitudine di qualsiasi investigatore, anche il più serio e determinato.
Abbiamo avuto, sempre, una classe politica deferente e timorosa verso il “potere e l'istituzione militare”, una cosa che, non esiste nella nostra costituzione per la quale le forze armate sono uno strumento amministrativo e non mai un'istituzione. Invece, si recarono in delegazione a Livorno a chiedere scusa alla folgore per i sospetti patiti in occasione dell'omicidio del giovane Emanuele Scieri. Quasi che lo zibaldone non risuonasse ancora nelle aule parlamentari.
O che le indagini non fossero ormai orientate verso “il delitto preterintenzionale, di cui non è stato possibile accertare le responsabilità personali”. E quelle ambientali? Niente, solo scuse formali della politica, pavida e necessitante di forze armate pretoriane piuttosto che di cittadini democratici in armi.

9) Queste cose mi ricordano il colonnello Sandro Marcucci…

Su Sandro Marcucci, Priore è in evidente affanno. Gli portai gli ingrandimenti dei rottami e del cadavere di Sandro e dopo averli mostrati al suo sostituto dott. Salvi arrivò a dire al suo collaboratore (come gli ho ricordato in una delle mie lettere) “guarda come l'hanno ucciso”. Subito dopo, rivolto a me: “io però non sono legittimato ad indagare su ogni crimine consumato.
Solo quando un magistrato dovesse accertare che si è trattato d'omicidio potrei intervenire a seguito del suo racconto”.
Lo stesso magistrato però, “fugge” di fronte a circostanze di cui egli stesso dà conto nelle tre paginette che mi ha dedicato.
Successe che un carabiniere mi rivelò spontaneamente, di aver assistito ad un colloquio durante il quale un ufficiale avrebbe detto all'appuntato Stivala dei cc: “abbiamo (o hanno) chiuso la bocca a Marcucci, ora dovremo (o dovranno) chiuderla a Ciancarella”.
Avvisato da me il magistrato si dà da fare per avere il nome e ascoltare il carabiniere, il quale a verbale, conferma tale circostanza.
Tuttavia l'appuntato Stivala - ricordando i gravi pregiudizi penali e militari a cui Sandro ed io eravamo stati esposti (entrambi prosciolti con formule più o meno alchemiche) - negava decisamente che quella circostanza si fosse mai verificata.
Che necessità c'era di ricordare quei pregiudizi se non nell'ottica della delegittimazione e del discredito?
Tanto basta al magistrato per non indagare, analizzare chi dei due carabinieri ha mentito e per quale motivo. Nella sua sentenza poi, riporta che io sarei stato mosso da esclusiva rivendicazione personale o amicale per Sandro contro l'aeronautica.
Davvero un po' poco mi sembra.


10) Cosa è stato il movimento democratico dei militari e quali sono state le vostre battaglie dentro l'aeronautica militare italiana? Cos'era la legge dei principi del 1978? Quali prezzi sono stati pagati da membri autorevoli del movimento democratico dei militari in ami per quelle battaglie?

Temo che questo ci possa portare troppo lontano ma, rispondo volentieri a questa domanda perché dà senso al nostro impegno per una struttura dello stato che fosse davvero docile al dettato costituzionale e non lo fosse solo per un formale ossequio Erano gli anni settanta. Molti militari d'ogni ordine e grado, rivendicavano la necessità di una riforma costituzionale e democratica delle forze armate. Il movimento che fondarono nasceva dalla contaminazione
delle forze armate con la cultura sociale e democratica della società civile e dalla progressiva consapevolezza che democrazia non è sinonimo di entropia o anarchia - ma di responsabilità e coscienza civile. Perché non fosse più possibile che, in nome di un'obbedienza dovuta, potessero rinnovarsi fenomeni come i crimini nazisti o quelli consumati più recentemente dalle dittature latinoamericane.
C'era da superare la paura antica dei comandanti di perdere il diritto all'autorità del comando insindacabile ed autoritario, invece, le nostre argomentazioni disegnavano forze armate dove il comando fosse vissuto come vincolo d'autorevolezza e di responsabilità di chi ha funzione e compiti di comando.
A nostro giudizio, simili forze armate sarebbero state molto più efficienti e molto più fedeli soprattutto sotto il profilo della sicurezza democratica .Dalla nostra noi avevamo non pochi fattori positivi: la costituzione italiana ( che sanciva all'art 52 3° comma “l'ordinamento delle ff.aa. s'informa allo spirito democratico della repubblica”), le conclusioni del processo di Norimberga che avevano sancito la fine dell'impunità personale per obbedienza dovuta,
e non ultima lo spessore democratico di molti parlamentari. Non è un caso che la relazione introduttiva alla legge sui principi della disciplina militare - la l. 382 del 1978 - cita l'intervento di Aldo Moro nella costituente sulla natura delle forze armate che la Costituzione avrebbe dovuto prevedere, e che quella legge fosse approvata nel luglio nonostante l'omicidio di Aldo Moro avvenuto appena due mesi prima della approvazione.
Nell'articolo 4, che sancisce la pari dignità dei militari di fronte alla disciplina ed al servizio, si rileva il diritto valutato sulla legittimità degli ordini ed un dovere di disobbedienza in caso di illegalità degli ordini ricevuti, con obbligo di denuncia del superiore che li avesse emanati.
Questa cultura avrebbe potuto evitare Ustica, se solo avesse avuto tempo di crescere anche nelle coscienze dei militari coinvolti, a volte loro malgrado, come il maresciallo Puglisi, l'operatore che costruì artificiosamente, per eseguire un ordine, la traccia del mig il diciotto luglio. Poi spaventato per le possibili implicazioni giudiziarie, segnala alcune minacce ricevute.
Sarà trovato suicidato, impiccato ad un albero così basso che i piedi sono appoggiati al suolo e le ginocchia sono flesse sotto il corpo, pochi giorni prima dell'interrogatorio davanti al magistrato.
Non c'è uomo del movimento, che, non abbia dovuto pagare prezzi disumani per il proprio impegno, ma pur di fronte alla sofferenza di ciò che ci era più caro - la famiglia ed i figli - abbiamo potuto resistere, chi più chi meno, proprio in virtù di quella “retorica militare” che per noi si era fatta valori da confermare nella quotidianità.
La retorica dell'essere pronti a dare la vita sui campi di battaglia, quella che trasforma in eroi i combattenti caduti nelle varie missioni di pace.
Molti alla fine si sono arresi. Questo non può avvenire a chi ha avuto, come è accaduto a me, maestro ed amico fraterno, un uomo come Sandro Marcucci. A chi come me ha ascoltato quelle sue parole che si sono incise nella pelle e nel sangue: “Mario finché il sangue dei nostri figli varrà di più del sangue dei figli degli altri, finché il nostro dolore per la morte dei nostri figli varrà più del dolore degli altri per la morte dei loro figli, ci sarà sempre, qualcuno pronto a compiere stragi nelle piazze, nelle stazioni, sui treni o sugli aerei, con la sicurezza della impunità. Dobbiamo farci familiari di tutte le vittime di delitti e stragi impunite, come lo fossimo di sangue; portando in dote il cinismo e la competenza che ci vengono dalla nostra professionalità finché non avremo ottenuto verità e giustizia per ciascuno di loro”.
Di più non credo avrei potuto ricevere.
Di meno non credo avrei potuto restituire senza sentire l'insopportabile indegnità di aver tradito un giuramento, solenne e consapevole, di servire la patria con onore ed essere fedele ad ogni cittadino sovrano fino al rischio della vita.