Le Storie -Graziella Campagna Sandro Marcucci Mario Dettori Ninetta Burgio

Ninetta Burgio

Ninetta era piccola di statura ma Grande Grande Grande. Ci si avvicinava a lei con delicatezza perché ci si sentiva in imbarazzo di fronte ad una donna che ha combattuto veramente contro la mafia; ci si sentiva piccoli piccoli davanti a tanta umilità. Ninetta non si è mai arresa. Ha lottato con tutte le risorse a sua disposizione. Oggi, 12 dicembre 2011, Ninetta ci ha lasciati raggiungendo il suo Pierantonio.

Ciao Ninetta, continua a stare con noi. Sentiremo la tua mancanza. Persone come te e come nonno Nino (Caponnetto) lasciano vuoti incolmabili... ci guardiamo attorno e ci sentiamo più soli.

Ass. Antimafie "Rita Atria"

di Graziella Proto

su n. 21 Casablanca [scarica il giornale]

La piccola mamma di Pierantonio


Ninetta Burgio adesso è una donna molto malata, stremata. Per quindici anni ha girato il paese per cercare e parlare di suo figlio che il tre settembre del 1995 non è ritornato più a casa. Non si è risparmiata mai. Ha risposto al telefono al rientro da una seduta di chemioterapia. «Pieroantonio studiava a Catania, mi chiamava sempre, per dirmi qualunque cosa faceva. Per questo ero molto preoccupata da subito per il fatto che quel giorno è uscito di casa e non aveva telefonato per dire che tardava a rientrare». Dopo quindici anni un pentito racconta che il giovane Pierantonio Sandri è stato ucciso da una banda di stiddari perché aveva visto compiere un attentato. A Niscemi in quegli anni era in atto la guerra fra Cosa nostra e Stidda, l'organizzazione che preparava i ragazzi alla malavita. Il 19 novembre prossimo la sentenza. Storia di una mamma e di una donna che la fortuna ha dimenticato di baciare.

Piccola, esile, minuta. Occhi sorridenti. Dolce e decisa. Grande. Lo ha cercato in ogni strada. Lo ha cercato in ogni quartiere e nei paesi vicini. Alle feste paesane e alle manifestazioni. Fra i giovani e non. Ninetta Bugio, mamma di Pierantonio Sandri, il giovane scomparso il tre settembre del 1995, girava per la Sicilia con una foto di suo figlio, ovunque arrivasse subito, la mostrava. Chiedeva. Raccontava.
« Pieroantonio s'era appena diplomato in odontotecnica e una decina di giorni dopo la sua sparizione avrebbe dovuto fare i test d'ammissione ad Odontoiatria. Studiava, a Catania, mi chiamava sempre, per dirmi qualunque cosa faceva. Per questo ero molto preoccupata da subito per il fatto che quel giorno era uscito di casa e non aveva telefonato per dire che tardava a rientrare.
Ho aspettato la chiamata per tutta la notte, ma non è mai arrivata. Lui non è più rientrato».

Pensava di trovarlo vivo? La ragione diceva no, ma il cuore di una madre non smette mai di sperare, sognare il miracolo.
Desiderava sapere qualcosa sulla fine che aveva fatto Pierantonio. Nella peggiore delle ipotesi voleva avere almeno una tomba su cui piangere.
Ninetta Burgio non si è mai stancata di cercare, di chiedere verità e giustizia su quel figlio svanito nel nulla. "…è importante per una mamma conoscere cosa è successo al proprio figlio, è importante per una comunità conoscere cosa è successo ad un proprio giovane" - ripeteva spesso. Si è rivolta a tutti quelli che potevano sapere, conoscere, invitandoli a parlare, anche con mezzi anonimi. Ha bussato a tutte le porte.
Sempre in punta di piedi. Sempre con tanta delicatezza. La voce spezzata dal dolore. La dignità di una mamma che, cerca la verità, per il proprio figlio. Perantonio era un ragazzo diciottenne bravo, pulito, onesto, sensibile.

Un ragazzo al quale Ninetta, da sola, ha cercato sempre di insegnargli i valori dell’onestà, della legalità, dell'amore, dell’amicizia.
Sebbene, in quegli anni in paese ci fosse e si seminasse tanta violenza.
Tuttavia, la sua tragedia non le ha impedito di capire e di voler comprendere gli altri, i giovani, soprattutto in un piccolo centro di provincia quale Niscemi,
" …la vita è preziosa - ha sempre detto con gli occhi sorridenti - non la si deve consumare… guai lasciarsi affascinare dal guadagno facile, dallo stordimento che crea la dipendenza delle droghe…state alla larga da coloro che si arricchiscono sulla morte dei ragazzi, che li scippano dei loro sogni…".
In particolare ai giovani, di Niscemi, ha sempre detto di non essere mai omertosi, che bisogna parlare sempre e per gli adulti aggiungeva - esortandoli - che bisogna ascoltare sempre i loro ragazzi, non bisogna mai lasciarli soli, nei momenti di fragilità, di solitudine che vive un ragazzo perché l’adolescenza
è un momento difficile, e quindi, entrare frettolosamente nel mondo degli adulti, li fa sentire fragili e facili prede.
Alla luce di ciò che è stato scoperto due anni fa, sicuramente non pensava che, stava parlando della sua storia, della sua tragedia.
Così, alle scolaresche, raccontava fatti e storie che sembravano quasi presagire quello che era successo a Niscemi nel periodo in cui è scomparso Pierantonio.
***
In quel periodo, a cavallo fra gli anni ottanta e novanta, nel comune nisseno la delinquenza organizzata e oppositrice a Cosa Nostra, la "stidda", assoldava i ragazzini, e regalava droga. I più spregiudicati fra loro, potevano fare parte della “squadra” che seminava terrore, morte, violenza, danneggiamenti

Necessario che non, pensassero, si ponessero domande. Eseguire e basta. Un tirocinio per la carriera mafiosa.
* * *
Ma chi è Ninetta Burgio?
Lei stessa ci tiene a porre l'accento che è stata una bimba felice, che la sua era, una famiglia santa, dove tutto si risolveva a tavola.
Adolescenza serena poi una delusione d'amore.
Ninetta di innamorarsi non ne vuole più sapere. A quarant'anni incontra il suo futuro marito, si sposa e va vivere a Verona.
Con loro, anche la suocera. Il matrimoio da subito si rivela disastroso e peggiora dopo la nascita di Pierantonio. Qualcosa di particolare? No, però avvertiva che non era gradita. Come se io non servissi più a nulla, racconta. Sono arrivata al punto di dormire chiusa a chiave nel salotto col bambino perché temevo che mio marito e sua madre me lo portassero via.
Un giorno, in un momento d'ira il marito tentò di buttarla da una finestra, si è salvata sol perché gli ha detto che aspettava il secondo figlio di cui il marito ancora non sapeva nulla. Ninetta col bambino, senza nemmeno fare le valigie, allora fugge in Sicilia.
Si rifugia presso la sua famiglia d'origine.
Giovanni il secondo figlio morirà a soli sei anni. Una tragedia.
Mamma Ninetta, sola, addolorata, si dedicherà a Pierantonio totalmente.

Dopo quasi quindici lunghi anni, un pentito, Giuliano Chiavetta, oggi collaboratore, in galera, allora luogotenente del boss Enzo Campisi racconta: “….Una sera Salvatore Cancilleri stava bruciando un’auto…involontariamente si è trovato a passare Pierantonio Sandri, perciò quella sera è finita così all’indomani è venuto da me Cancilleri Salvatore e mi ha detto “Giuliano, è successo questo, ieri sera stavo bruciando una macchina, si è trovato a passare Pierantonio e mi ha visto che ho bruciato questa macchina…aveva bruciato quest’auto perché a noi in pratica ci davano delle direttive, nel senso che ci davano il numero di targa, la via: “vai a questo numero di targa e bruci l’auto”.
Giuliano Chiavetta è stato alunno della professoressa Burgio.
Quante volte avrà incontrato in questi lunghi anni la sua ex insegnante?
L'avrà salutata? Rideva alle sue spalle assieme ai suoi compari?
Alla fine degli anni ottanta era considerato uno bravo, tanto che aveva già iniziato la scalata.
Il Chiavetta ancora dichiara “…allora, cosa è successo, è venuto da me, è venuto preoccupato, dice “Giuliano, mai sia se ne va alla Polizia, mi fa arrestare, cose”, gli ho detto: “va bene, non ti preoccupare ora gli parliamo, non ti prendere pena”, dice “va bene, siccome, lui con la Polizia ci va bene”, nel senso che ha, come posso dire… non era un ragazzo omertoso, era un ragazzo serio” Salvatore Cancilleri, Giuliano Chiavetta, Vincenzo Pisano, Marcello Campisi - nipote del boss Alfredo Campisi - decidono di incontrare Pierantonio. “…abbiamo visto Pierantonio che è passato con la sua macchina, gli ho detto “Piero, fermati un minuto che ti dobbiamo parlare, andiamo a fare un giro”, si è fatto il giro, ha parcheggiato l’auto ed è venuto.
Ed è salito, noi avevamo la macchina di Marcello Campisi, una Panda 30, è salito, siccome avevamo una grossa amicizia soprattutto con me, che ci andavo anche a mangiare a casa, dice “Giuliano, che c’è” , “niente, andiamo a farci un giro”, e siamo saliti tutti e cinque in questa Panda quattro più Pierantonio”.
Lo portano in un bosco vicino, lo torturano e lo uccidono.
A settembre del 2009, dopo quattordici anni, un funzionario della Questura di Caltanisetta e uno del Commissariato locale, si presentano a casa della professoressa Burgio.
In sintesi, le comunicano che in seguito alle dichiarazioni di un pentito hanno ritrovato il cadavere di Pierantonio.
Non aveva parole, non aveva lagrime, non aveva sorriso, Solo dolore.
Tanto dolore. Ha aspettato e lottato affinché si trovasse il cadavere di Pierantonio, si sapesse la verità, raccontava dei ragazzi violenti, ma mai e poi mai avrebbe pensato che proprio quei ragazzi, suoi ex alunni avessero ucciso il suo ragazzo.
Adesso, è una donna molto malata, non gira più con quella foto, il cadavere di Pierantonio è stato ritrovato «è un miracolo che mio figlio finalmente sia tornato a casa e che dona al mio cuore la serenità perduta. Agghiacciante. 

Cronaca di un Omicidio

Giuliano Chiavetta, collaboratore, allora amico di Pierantonio, durante un interrogatorio, racconta i particolari, dopo che hanno prelevato il ragazzo. "…di pomeriggio, verso le tre, quell'orario era, verso le tre, quattro,Siamo andati in questo bosco, siamo scesi dall’auto e ha cominciato Cancilleri: “Pierantonio, l’altro giorno mi hai visto bruciare la macchina di qua, di là”, lui ha risposto “no, io non ho visto nessuno, che stai dicendo?”, allora io gli ho detto “Pierantonio, mi devi dire la verità, hai visto bruciare la macchina, lo hai detto a qualcuno? La sa qualcuno questa cosa di qua? “, dice “no Giuliano, non so completamente niente, ma io manco l’ho visto a Salvatore che bruciava la macchina io non ho visto niente”.
Una tortura psicologica pressante. Chiavetta ci dice: “Prima Cancilleri e poi io, gli ho detto, “ma è sicuro?”, e poi ha cominiato Marcello Campisi: “sei sicuro?" in modo animatamente, io gli ho detto: “Pierantonio, mi devi dire la verità, a me devi dire la verità, Pierantonio”. dice “No, io manco l’ho visto”. Ora
questa cosa che lui ha detto, ma io manco l’ho visto a Cancilleri " è stato peggio, allora cosa ho fatto, ho tolto la cintura, per farlo spaventare, e gliel’ho messa al collo…per farlo spaventare, gliho detto “Pierantonio, mi devi dire la verità, sei sicuro, non hai detto a nessuno niente? “, perché eravamo presi di cocaina, nonsi è capito diciamo in quel momento niente, dico “sei sicuro?”,arriva Campisi insieme con me e comincia a stringere, Pisano e Cancilleri lo tenevano, e stringendo…è successo quello che è successo, e poi lo abbiamo preso da in mezzo alla strada e lo abbiamobuttato in mezzo al bosco. Lì vicino dove c’era la stradac’erano delle pietre, perché non si è capito niente in quell'attimo,e gliele buttavamo addosso, io, Cancilleri, tutti e quattro, prendevano,che erano pietre grandi, e gliele buttavamo addosso”.

Dopo di che, o quattro delinquenti hanno lasciato il corpo in mezzo alla campagna e sono ritornati in città. Come se avessero fatto una normale commissione. Comunicarono tutto ai loro "capi" che li accolsero benevolmente: anche se avevano agito di volontà propria. Di solito quando si uccide senza autorizzazione si viene uccisi, questa volta invece i capi si limitarono a dire ”..Ma ragazzi cosa combinate?”.
Il Consiglio Comunale era stato sciolto per infiltrazione mafiosa, i capi crimine cercavano di tenere tutto sotto apparente tranquillità onde evitare che le forze dell’ordine, la cittadinanza potesse reagire. Unica punizione, per i" ragazzi indisciplinati", dover nascondere il cadavere. 

Baby Killer...

A cavallo fra gli anni ottanta e novanta, nella zona fra Gela e Niscemi, c'era in atto una guerra per il predominio delle cosche tra la vecchia mafia e la Stidda, il cui esercito era formato da ragazzini tra i tredici e i sedici anni " picciriddi".
Tuttavia la stidda, è una mafia veloce e feroce. Dichiara guerra a Cosa Nostra e in pochissimo tempo diventa la 'padrona' della parte meridionale dell'isola grazie al traffico di droga, alle estorsioni e alle esecuzioni spietate.
La cronaca del tempo ci consegna brandelli di storie atroci. Mostri buttati in prima pagina. "Bimbi killer" " la strage nella sala biliardo". " Baby gang" violente, disumane, insensibili. Bimbi ammaestrati alla violenza. Trasformati. Il braccio armato della "stidda" Fra i sopravvissuti a quell'esperienza, oltre a Giuliano Chiavetta, c'è Antonino Pitriolo prima irriducibile, indomabile, oggi collaboratore. Pitriolo oggi, racconta cose e gesti di una ferocia e violenza
inaudita. Impensabile. Inverosimile.
Impossibile credere siano state fatte da ragazzi. Una specie di gioco, a chi la fa più grossa e più brutale.
Uno dei capi stiddari più autorevoli è stato Alfredo Campisi, che secondo gli inquirenti fu assassinato perché il suo gruppo criminale, formato da giovani violenti e senza scrupoli, era in grado di fare la voce grossa e contrapporsi a Cosa Nostra, rappresentata sul territorio dal clan Emmanuello.
Quando è stato ucciso assieme a lui in machina, c'era giuliano Chiavetta che si è salvato perché si finse morto.