Menu Le Storie

Le Gelsominaie di Milazzo

Casablanca n. 14 

Le Gelsominaie di Milazzo

Dolce Profumo, Sapore Amaro

di Graziella Proto


A metà degli anni ’50 Rosaria e sua madre Grazia occuparono il Commissariato di P.S. rivendicando condizioni di lavoro più umane.
La storia di un paese attraverso la raccolta del gelsomino. Le lotte operaie guidate da Tindaro La Rosa e sua moglie Eliana

Grazia Giorgianni ex gelsominaiaVede tutte queste case? Qui era tutto gelsomino . A Milazzo c'erano grandi estensioni di gelsomini, io sono nata tra i gelsomini, mia madre era "la capa "ha ricevuto una medaglia d'oro. Ho iniziato a lavorare a 9 anni, la prima volta ma hanno fatto ritornare a casa perché era piciridda -non mi potevano mettere in regola. Mia madre mi aveva dato un pezzo di pane avvolto in una salvietta, ma non riuscivo a mangiare. Allora mio padre era prigioniero in Germania, ho pianto per tutta la strada pensando al bisogno che avevamo a casa Poi piano piano mia madre ci ha inserito, una volta una figlia, una volta un 'altra.
Eravamo 5 figli, erano tempi brutti.
C'era troppo bisogno. Raccogliere gelsomini era l'unica speranza.
Rosaria Puliafito è una bella signora di 75 anni, ci tiene a dirlo, altera, dignitosa, solare Vestaglietta azzurra, sorriso disarmante, parlata dolce, come le cose che dice. Abita in una casa anonima; dall'indirizzo anonimo:
villaggio Grazia. Ma la borgata non è poi tanto piccola. Ci aspetta per strada convinta che non si riesca a trovarla . La casa linda e profumata. Accogliente.

Ha iniziato a raccogliere gelsomini all’età di 15 anni ma prima aveva fatto esperienza lavorativa in altri posti.
Sua madre Grazia Saporita, è stata una delle prime gelsominaie della Piana di Milazzo ed è ritenuta ancora oggi un capopopolo.
" L'irrigazione - racconta pacatamente - la si faceva in tarda serata. Quando noi iniziavamo il lavoro, le campagne erano tanti acquitrini…noi raccoglievamo i gelsomini a piedi nudi, immersi fino alla caviglia, non avevamo stivali, a volte gli zoccoli però, si impigliavano , allora li prendevamo e li buttavamo via.
La raccolta si faceva di notte - aggiunge - perché di giorno, al sole i petali del gelsomino diventano gialli." IL tono della voce sembra voglia giustificare la durezza di un lavoro che in fondo lei amava - Ci alzavamo dalla mezzanotte alle tre a seconda e finivamo nella prima mattinata. Poi, se era necessario , nel primo pomeriggio, si ritornava nelle campagne per togliere le erbacce Erano ore di lavoro pagate - dice con tono soddisfatto".

All'incontro con Rosaria partecipa Stefania, una sua vicina di casa che per un certo periodo ha raccolto gelsomini.
"Lo sa quanto ce lo pagavano un chilo di gelsomino ? - dice con tono interlocutorio e di stupefazione - venticinque lire. In una notte quelle brave, le maestre, ne facevano 4 chili.
Al massimo cinque" Ecco perché tante mamme, non appena qualche figlio era in grado di farlo se lo portava appresso I bambini! Ma i padroni
sapevano ? " Io mi portavo mi figlia, mi aiutava a raccogliere - dice Stefania "
" Non si poteva fare - spiega con calma Rosaria, facendo così intravedere il suo animo di sindacalista - lo facevamo - aggiunge seccamente"
E chi non aveva a chi lasciare i più piccoli? se li portava e li lasciavano dormire nelle ceste vicino alle mamme che lavoravano. Un dolce profumo, un amaro sapore.
Erano gli anni cinquanta, la piana di Milazzo profumava di gelsomini che una volta raccolti partivano per la Francia per farne profumi naturali.
Era forse l'unica opportunità lavorativa per le donne. I padroni dei gelsomini preferivano le donne, perché le ritenevano più idonee al paziente lavoro di raccolta dei delicati fiori, le pagavano meno, a peso e non a ore.
Un duro lavoro. Però qualcuno non le prendeva sul serio, oppure si indispettiva.
"Spesso di notte ci facevano spaventare e quindi tante volte veniva qualche marito insieme a noi."dice Stefania, "No quando c'era mia madre" precisa Rosaria "Mia madre aveva un coraggio incredibile…. una volta che si sono nascoste due uomini in un angolo per farci spaventare, le donne si misero a urlare, alcune buttarono le ceste, mia madre al buio, andò verso di loro, si avvicinò, li prese per il bavero a tutti e due e li tirò fuori , ma sfortunatamente scivolò nel fango e quelli fuggirono.
La chiamavano la bersagliera” conclude con un misto di orgoglio, dolcezza e sottomissione.
Non si ritiene all'altezza di sua madre che del coraggio e della determinazione fece la sua bandiera.
Come se non si rendesse conto che anche lei, con la sua dolcezza e delicatezza ha fatto la storia delle lotte sindacali nel messinese.

Dal racconto viene fuori che Grazia Saporita, mamma di Rosaria, è stata un vero capopopolo.
Munita di un bastone, il giorno dello sciopero, usciva da casa all'alba, con il bastone bussava alle porta di ognuna invitandola ad uscire e seguirla.
Tutte la seguivano. O meglio ubbidivano perché si sentivano protette da questa donna caparbia e autoritaria."
Non con i figli " - sottolinea Rosaria.
Accanto a Grazia nel periodo delle lotte c'erano Tindaro La Rosa, compagno del Pci e sindacalista, e sua moglie Eliana.
Quando parla di loro due la voce di Rosaria si incrina.

"A loro due dobbiamo molto, hanno fatto un sacco di nottate assieme a noi. - racconta con tenerezza ricordando quel periodo - Il compagno Tindaro era un vero capo. Era sempre in prima fila . Dietro di lui sua moglie Eliana e mia madre. Allora i padroni , il giorno dello sciopero chiamavano sempre le forze dell'ordine: quando veniva la pattuglia di carabinieri ci circondava, noi ci sdraiavamo nei pantani per non farci vedere. L'organizzazione di uno sciopero richiedeva tempo, nottate intere per programmare, a volte Tindaro ed Eliana restavano a dormire a casa mia….avevano coraggio, e soprattutto si fidavano di mia madre e delle sue capacità . Decidevano insieme".
Non si può descrivere con le parole l'orgoglio che mette nel raccontare di sua madre. Al contrario pudore , riservatezza, sulla sua attività sindacale, politica, lavorativa, di donna. Per esempio, alla fine degli cinquanta, Rosaria e la madre Grazia occuparono il Commissariato di P.S. rivendicando condizioni di lavoro più umane. Ed ha continuato anche dopo fino a quando nel settanta fu eletta rappresentante sindacale. e si iscrive al PCi guidato dal compagno di lotte di sepre Tindaro La Rosa. Erano i tempi in cui tutte le gelsominaie la sera dell'otto marzo, assieme alle loro famiglie si riunivano nei magazzini e festeggiavano fino a notte fonda. Perché la giornata della donna era la giornata che testimoniava le lunghe lotte sostenute, ma anche della loro famiglia Sempre composta e pudica tranne un passaggio che tiene a sottolineare:" Adesso ho una buona pensione, pensi, più di mio marito, che ha lavorato anche in Germania.
Era brutto alzarsi la notte; quando mia madre ci svegliava era terribile… ma bello, perché ogni mese prendevamo il salario." Suo marito dall'altra stanza ha sentito ed ironizza: Dolce e forte, non prova nemmeno rabbia per la vita che ha fatto.
"Non ho avuto mai rabbia per mia madre che mi ha avviata a questo mestiere tanto faticoso, perché non c'era alternativa e mi faceva guadagnare. O quello o la fame. Era il periodo del pane con le tessere. 200 g di pane, una pagnottella. Mia madre si metteva al centro, noi figli attorno a lei e, ce la divideva a tutti noi, "conservatela per tutta la giornata" ci diceva.
Spesso al più piccolo gli dava anche metà della sua .Che vita dura e amara che ha fatto quella donna - aggiunge - meglio se non ricordo , meglio se non ricordo.


La Poesia e la Fatica

di Simona Mafai

E’ strano come possano convivere poesia e fatica! Cosa c’è di più poetico di un gruppo di giovani donne che scendono all’alba, a piedi nudi, in mezzo ai gelsomini, e che - quasi stordite dal profumo intenso ancora notturno dei fiori, li staccano delicatamente uno ad uno per riempirne cestini, tenuti alti dalle braccia dei figli bambini?
Manca solo un pittore impressionista che le ritragga dipingendole su un’ampia tela! O un regista che, con una cinepresa, tramuti quella realtà in una successione indimenticabile di sequenze in bianco e nero…Poesia e bellezza forse, ma anche tanta fatica e mal ripagata: 25 lire per un Kg di fiori raccolti, e sulla precisione delle bilance nessuno potrebbe giurare!
Siamo nel 1945, a Milazzo, in provincia di Messina; la guerra è finita da poco. I fiori raccolti vengono portati nei magazzini, qui sono pressati, e se ne ricavano le “essenze”, che successivamente raffreddate diventano “concreta” (una sorta di pasta giallognola) che viene poi mandata in Francia e costituisce la base di produzione naturale per i profumi delle grandi marche parigine. Anche in Calabria si segue lo stesso procedimento con i fiori di bergamotto.
Da quanto sudore nascono i profumi!
Viene in mente la vecchia canzone dei primi del secolo scorso “Profumi e balocchi”.
Ma qui il contrasto non è tra balocchi e profumi, ma tra profumi da una parte e pane e cipolle per le raccoglitrici dall'altra.
Si aggiunga che operando con i piedi nell'acqua, le raccoglitrici di gelsomino vengono molto spesso infettate dalla leishmaniosi , una malattia portata da un insetto che punge la pelle dei piedi nudi, determinando tumefazioni articolari, dermatiti, andature zoppicanti. Levatacce notturne, ore ed ore con la schiena piegata, malattie, un pugno di lire: questo il rovescio della medaglia della poesia dei gelsomini!

No, non ci sono stati pittori né registi neorealisti. Di bianco e nero c’è stata solo la verità. Le donne scalze e coi bambini alle ginocchia, hanno incrociato l’organizzazione sindacale. Anche tra loro sono cominciate a circolare le magiche parole del dopoguerra che hanno fatto alzare la schiena
ai lavoratori: unità operaia, rivendicazioni salariali, diritti.

Le donne incontrano il sindacato 

La Camera del lavoro locale, diretta da un sindacalista indimenticabile: Tindaro La Rosa, coadiuvato da un gruppo di donne comuniste di Messina, riuscì a riunire le lavoratrici, le fece parlare, le ascoltò, fissò sulla carta alcune elementari richieste: aumento della paga, stivali per proteggersi le gambe dagli insetti, cesoie per facilitare la raccolta, bilance automatiche per la pesata dei fiori.
Una prima ditta, dopo alcuni giorni di agitazione, rispose positivamente alle richieste; le altre seguirono. Le poetiche gelsominaie divennero cittadine consapevoli del valore del proprio lavoro. Si costituì un altro tassello nel mosaico vivo del movimento operaio e contadino che, dopo il fascismo,
dopo la guerra, cominciava a formarsi in Sicilia.
Sono passati anni, nel bene ed anche nel male. Il lavoro manuale in agricoltura è diminuito, fin quasi a scomparire. Le raccoglitrici di olive e nocciole, le incassettatrici di pomodori, sono state sostituite dalle macchine.

Le essenze di profumi si producono sinteticamente.
Delle gelsominaie oggi non c’è più bisogno. E’ meglio? E’ peggio?
Le figlie delle raccoglitrici forse sono disoccupate, se ne dispiacciono, ma dormono di più e fanno fare la colazione ai propri figli, che non vanno più a piedi scalzi , con le ceste di vimini, dietro le gambe tumefatte delle madri. Vanno a scuola, con i loro zaini sulle spalle!
Meno poesia, ma più civiltà! Le lotte sono un bel ricordo, perché hanno fatto conoscere il profumo della solidarietà; hanno dato una scarica di adrenalina quando per la prima volta si sono contestati i padroni;
hanno procurato l’orgoglio per i successi ottenuti (50 £ invece di 25 £ per ogni kilo di gelsomino raccolto: poco, ma un passo avanti).
Di questo patrimonio di lotte e di coraggio cosa è rimasto?
Probabilmente, nelle donne, la coscienza di essere cittadine tra cittadini, e la capacità di rivendicare la loro libertà e i loro diritti anche nella propria famiglia. Esse sanno di possedere una forza possibile, su cui fare conto – se necessario - nella nuova situazione della Sicilia e del mondo. Per migliorare le proprie condizioni di vita e di conoscenza. Come fu per i gelsomini!

Riferimenti:
- Emanuele Conti, Giobbe della politica,
GBM ed., pag. 84- Rosaria Puliafito, in
www.enciclopediadelledonne.it