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Quella maledetta domenica

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Erano circa le 16 della domenica quando una pimpante giornalista de LA NAZIONE mi telefonò pregandomi di dettarle un ricordo di Sandro Marcucci. “E perché dovrei ricordare Sandro?” Chiesi tra il sorpreso ed il preoccupato. “Ma come non lo sa? E’ morto oggi pomeriggio in un incidente aereo.” Avrei non voluto crederle, e di fronte alle sue insistenze la trattai certamente poco gentilmente. Poi realizzai quel terribile momento e quella tragica verita’: “Dovevano averlo ucciso, per il punto di pericolosità che avevamo toccato”. Nella mia iniziale disperazione riuscii tuttavia a conservare un minimo di lucidita’ che mi fece comprendere come fosse necessario, in quel momento piu’ di qualunque altro, soffocare ogni sentimento ed essere presente, lucidamente, in ogni momento per saper leggere e capire i minuti particolari di quanto era successo. Non poteva essersi comunque trattato di un normale incidente, perche’ la giornata era splendida e Sandro era “il Comandante con il quale si torna sempre a casa”. Ma se di un attentato si fosse trattato era necessario, pur nella limitatezza di legittimita’ a muovermi e chiedere particolari, essere vigile e decifrare ogni minimo dettaglio. Anzitutto avrei dovuto far capire a tutti il forte sospetto che fosse stato ucciso, ma senza essere eccessivo sicche’ potessero affrettarsi ad alterare qualche dettaglio. Ma prima di tutto dovevo andare a vedere e studiare il cadavere di Sandro. Mi recai a Carrara, portato li’ da quello che era stato un “vecchio amico” (ma che non sapevo ormai piu’ da che parte stesse e che si sarebbe rivelato l’uomo incaricato della distruzione del legame con il mio figliolo Sasha), il Colonnello Cavanna, con il quale avevo condiviso persino la reciproca posizione di testimone di nozze, e con il quale coabitavo nello stesso condominio. A lui mia moglie volle chiedere di accompagnarmi non fidandosi delle mie condizioni di lucidita’ per guidare. Giunto all’obitorio trovai un vero amico, il giornalista Giuliano Fontani con la moglie Anna che avevano sentito per radio dell’incidente e si erano precipitati in ospedale per avere notizie. Parlammo a lungo con un membro della forestale che aveva svolto le operazioni di soccorso e subito apparve strana la condizione di Silvio Lorenzini trovato fuori e lontano dai rottami, con il corpo ustionato in larghissima parte ma con il volto ed il torace praticamente intatti anche se stravolti dal gonfiore per il calore delle fiamme. Poi arrivo’ il momento di vedere Sandro. E fu un momento drammatico: un tizzone umano, arso completamente, urlava dalla bocca spalancata qualcosa che non ero in grado di decifrare. Furono pochi istanti ma sufficienti a riconoscerlo perche’ il fuoco aveva stampato nell’osso del mento la cicatrice che Sandro portava sulla destra del volto fin da ragazzo, come mi aveva detto. Ma riuscii a captare un altro macabro particolare: Sandro aveva una porzione sinistra del cranio asportata, non fracassata letteralmente asportata, e questo diceva che qualcosa poteva essergli scoppiato addosso determinando quella profonda ferita al cranio. Anche la perdita delle mani e dei piedi, troncati di netto non poteva essere correlata semplicisticamente alla precipitazione. Sembrava quasi una asportazione chirurgica e solo le schegge di una esplosione, sentivo istintivamente di poter pensare, avrebbero potuto esercitare quella tranciatura netta di mani e piedi. Mi riproposi di porre la questione al medico che avrebbe effettuato l’autopsia. Era arrivato il momento di recarmi a casa di Sandro dalla moglie Maresa e dal figlio Fabio. Il nostro fu un abbraccio di comune disperazione e subito dopo dovetti faticare non poco a dissuadere Fabio dal recarsi a vedere il cadavere del padre. E fu forse un drammatico errore, perche’ nella speranza di evitargli un orrore, lo lasciavo senza difese contro le affabulanti soluzioni che sarebbero state artificiosamente costruite, ed a regola d’arte, come si dice. Lo rassicurai che all’indomani, dopo la autopsia e al mio rientro da Firenze dove dovevo assolutamente recarmi, non avrei abbandonato il suo papa’ un solo attimo fino ai funerali. E qui la prima sorpresa. Infatti i familiari mi dicono che forse non ci sara’ la autopsia, trattandosi di un incidente aereo e con condizioni del cadavere che avrebbero potuto evidenziare ben poco. Non era farina del loro sacco; ma non avevo strumenti per oppormi se non un parere di opportunita’ che la autopsia fosse fatta. Provai a sostenere questa opinione un paio di volte, per arrendermi poi alla loro determinazione supportata da altre persone presenti. Avevo infatti trovato ovviamente altri ospiti come avviene in simili drammatiche circostanze, ma non mi sarei mai aspettato di trovare li’ il Capitano Della Porta. Non so se fosse lui il primo sostenitore e suggeritore della rinuncia alla autopsia, di certo ricordo che fu lui ad insistere per sostenere la infondatezza ed inutilita’ del mio sollecito a che quella autopsia fosse invece svolta. Prima che il clima si infuocasse, recedetti dalla intenzione di insistere ed alla fine mi congedai con la promessa di recarmi al primo pomeriggio del giorno dopo direttamente a Carrara per il riconoscimento ufficiale della salma. Nell’uscire ci fu quella commossa consegna di Maresa dell’ultimo pensiero di Sandro per me. Seconda sorpresa. Al pomeriggio successivo, mentre mi recavo a Carrara, pensai di telefonare a casa di Sandro, e mi fu detto che non era piu’ necessario il mio riconoscimento perche’ l’Aeronautica avrebbe (o aveva gia’, non ricordo) provveduto al riconoscimento con due suoi Ufficiali appositamente comandati. Due Ufficiali che forse conoscevano Sandro solo per le fotografie conservate nella cartella personale da militare e che ben difficilmente avrebbero avuto elementi di certa identificazione. Forse non si voleva che guardassi molto attentamente il cadavere di Sandro? Andai dunque a Pisa, a casa di Sandro, e vi trovai di nuovo il Della Porta. Come a volte accade in tragiche circostanze ci trovammo a parlare con Fabio e Maresa dei ricordi che ciascuno aveva di Sandro, e fu lui a ricordare inopinatamente e bonariamente quella scena presso l’ufficio del Cappellano in cui lo avevo chiamato “il servo di Tascio”. Suonarono tutti i miei campanelli di allarme, e lo condussi su una strada scivolosa lungo la quale lui azzardo’ delle temerarie ipotesi per l’incidente legandolo alla possibile distrazione e “sopravvalutazione” (un termine che ritroveremo sinistramente nelle conclusioni della Commissione della indagine tecnico formale) di un velivolo che “evidentemente Sandro, padrone di bestioni come il G222, riteneva di poter domare quando e come voleva, e che forse proprio per questo lo aveva tradito”. Il mio sforzo in quelle ore era quello di non coltivare una precostituita convinzione di un attentato omicida, ma di essere scrupolosamente attento a qualsiasi circostanza. E che la Aeronautica avesse predisposto per i funerali del giorno dopo un picchetto d’onore con la bara avvolta nella bandiera (notizia anticipata dal Della Porta) suonava assolutamente stonata e tale da apparire piuttosto come una astuta forma di mimetizzazione di indicibili responsabilita’. Ma dovevo solo attendere. Lasciai i familiari di Sandro con l’impegno che al mattino del giorno dopo mi sarei recato a Carrara a vegliare Sandro fin quando il nullaosta del Magistrato non ne avesse consentito la traslazione dal guscio in cui era stato raccolto alla bara in cui doveva essere traslato a Pisa e successivamente sepolto. Della Porta invece avrebbe curato le pratiche della inumazione nel cimitero di Pisa. Al mattino dopo sostai a lungo accanto a quel “guscio” senza avere il coraggio di farlo aprire per guardare i resti di Sandro. Alla fine chiesi al tecnico di obitorio di poter aprire quel guscio, e si rinnovo’ l’orrore ed il dolore di guardare a quel tizzone urlante in cui era stato ridotto Sandro. Nelle ore che trascorsero ebbi modo di notare che il torace sinistro di Sandro appariva squarciato tanto da poter vedere gli organi interni. Ad un certo punto volli chiedere aiuto al tecnico di obitorio e, partendo dalla esperienza che sicuramente egli doveva avere di morti e di cadaveri, gli chiesi di essere confortato sulla circostanza che Sandro fosse morto nell’impatto e prima che il fuoco lo divorasse. “Beh - mi disse – questo e’ un morto molto strano, sicuramente e’ stato bruciato da qualche sostanza strana. Sa, ne ho visti molti di ustionati e quest’uomo non e’ bruciato per benzina. Forse per olio, ma allora dovrebbe essergli esploso addosso il motore. E poi e’ troppo uniforme. Guardi gli unici tessuti carnosi rimasti molli sono quelli del sottocoscia. E’ come se fosse stato cosparso quasi dappertutto di una qualche sostanza incendiaria o infiammabile. E poi quest’uomo ha sicuramente respirato fumi quando era ancora in vita”. “Mi scusi – lo interruppi – ma quel trauma cranico e’ cosi’ profondo che difficilmente poteva sopravvivere alla sua determinazione nell’impatto a suolo.” “Certo, il trauma e’ profondo; ma difficilmente esso e’ stato determinato dall’impatto al suolo, perche’ non e’ determinato da sfondamento ma da asportazione. Manca un intera parte dell’osso parietale, vede? – disse indicandomi la ferita – E certamente c’e’ stata anche asportazione di massa cerebrale. Eppure quest’uomo, ne sono quasi certo, ha respirato fumi. Vede – disse indicandomi lo squarcio sul torace – sembra che i polmoni siano contratti come quando respiriamo fumi. Solo che lui sembra non abbia avuto modo di tossire, come ci accade quando respiriamo fumi che contraggono i polmoni e determinano il colpo di tosse per liberarsi. Ma comunque sono aspetti che solo una autopsia poteva accertare. Ma so che non e’ stata fatta e che si sono accontentati di una esame davvero molto superficiale.” Poi impreco’ sordamente e, prese delle pinzette, si avvicino’ al torace di Sandro ed estrasse due schegge profondamente inficcate nel suo petto. “Qualcosa deve essergli esploso addosso”, affermo’. E “registrai” nella mia mente quelle sue parole chiedendomi come avrei potuto utilizzarle senza destare il sospetto di un mio fantasioso e strumentale disegno per affermare che la morte di Sandro fosse in realta’ frutto di un omicidio. Piu’ tardi, sempre in attesa del nullaosta del Magistrato, alcuni militari della forestale portarono la cassa di un orologio e. . . . un piede di Sandro. Era tranciato di netto appena piu’ sopra della caviglia, e anch’esso era arso come un tizzone. Alla fine giunsero i ragazzi della ditta che si sarebbe occupata di comporre il cadavere nella bara e trasportarlo a Pisa. Mi dissero che potevo anche precederli a Pisa mentre loro avrebbero fatto il lavoro, ed ero talmente turbato che inizialmente accettai dirigendomi alla mia auto. Mi ripresi improvvisamente chiedendomi se Sandro mi avrebbe lasciato solo, a parti invertite, negli ultimi istanti prima della composizione nella bara. Girai la direzione di marcia e tornai all’obitorio. E fu una scelta importante. Le sorprese non erano ancora finite. Dopo aver deposto il corpo di Sandro nella bara, i ragazzi infatti estrassero dalla conchiglia un oggetto che non avevo notato prima, e stavano per deporlo accanto al cadavere. Li fermai imperiosamente e chiamai il tecnico dell’obitorio perche’ avvisasse i Carabinieri e li pregasse di venire a prelevare quell’oggetto. Era un brano del cruscotto, avrei detto (come in seguito avrei avuto conferma) l’angolo inefriore sinistro. Si presentava come un pezzo di alluminio inizialmente fuso e poi rappreso, ma con una strana caratteristica: le gocce rapprese rappresentavano una gocciolatura verso il basso, e non verso l’alto come avrebbe dovuto essere se l’incendio fosse esploso dopo l’impatto al suolo e dunque con il velivolo capovolto. Ma il particolare piu’ agghiacciante era che quel brano presentava un ampio foro, segno evidente di alloggiamento di uno strumento del cruscotto. Da quel foro uscivano, ancora intatti e flessibili, due tubicini in plastica adduttori di aria allo strumento (e questo ne faceva con certezza l’alloggiamento dell’anemometro, cioe’ l’indicatore della “velocita’ all’aria”, perche’ le sue indicazioni sono una funzione del confronto tra la velocita’ di impatto dell’aria e la velocita’ dell’aria statica.). E l’anemometro, in quel tipo di aeroplani (come si sarebbe visto anche nella trasmissione di Chi l’ha visto qualche anno dopo) era l’ultimo strumento di sinistra in basso del cruscotto. Le foto dei rottami, raccolte successivamente dalla Commissione, avrebbero mostrato come al cruscotto mancasse proprio l’angolo sistro in basso, compreso l’alloggiamento dell’anemometro. E questa era condizione incompatibile con le dinamiche che pure quella Commissione avrebbe voluto accreditare. Quando e perche’ quel brano di cruscotto era finito nella conchiglia in cui era stato raccolto Sandro? Era forse addosso al suo cadavere, come se gli fosse scoppiato addosso? Come era possibile che dei tubicini di plastica non si fossero fusi pur in presenza di qualche forma di fuoco che pure aveva ridotto Sandro ad un orrido tizzone umano? Lasciai l’obitorio solo dopo l’arrivo dei Carabinieri e la consegna del reperto a loro da parte del tecnico dell’obitorio, non senza informarne subito l’amico e Caporedattore de IL TIRRENO di Massa, Gianfranco Borrelli, che autonomamente avrebbe poi ascoltato quel tecnico d’obitorio riportandone le dichiarazioni (che avevo riferito e che furono tutte confermate al giornalista) in un successivo articolo.

 

Leggetelo bene e ditemi se un qualsiasi Magistrato serio non avrebbe provveduto immediatamente perlomeno ad ascoltare il tecnico dell’obitorio, e non si sarebbe sentito in dovere di offrire qualche spiegazione alla presenza di schegge profondamente conficcate nel torace della vittima, o alle condizioni davvero singolari di quel pezzo di cruscotto del velivolo.